Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

  • Dal 1999

    Notizie e recensioni affidabili

  • 26

    anni

    il meglio del teatro britannico

  • Biglietti ufficiali

  • Scegli i tuoi posti

NOTIZIE

RECENSIONE: Rivivi il Passato, Teatro di St James ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

Share

Turn Back The Clock - Canzoni e monologhi

St James Studio

9 giugno 2015

4 stelle

Una di quelle meravigliose donne-battagliera inglesi che sanno fare torte e respingere gli intrusi con la potenza della dizione’  (James Phillips, ‘Carousel’ in City Stories)

Questa battuta, tratta da uno degli ottimi corti teatrali della scorsa settimana allo St James Studio, mi è tornata in mente mentre rientravo nello stesso spazio per vedere Cheryl Knight alle prese con una sequenza di monologhi e canzoni di Joyce Grenfell. Mentre si sistemava con decisione un cappello simile a un enorme blancmange rosa e partiva con quella celebre satira sorniona, vagamente allusiva, sulla svampita parsimonia del WI, ‘Useful and Acceptable Gifts’, mi sono chiesto quanto l’umorismo di Grenfell reggesse ancora, o se oggi non sarebbe sembrata semplicemente indistinguibile dalle arzille zitelle-battagliera che tanto spesso ritraeva.

Grenfell era al culmine negli anni immediatamente successivi alla guerra, un’epoca che talvolta appare più distante dalla nostra — almeno per il tipo di umorismo — di molti decenni precedenti del Novecento. L’ottimismo cinguettante di fronte alla realtà, lo stoicismo e la resistenza alla franchezza emotiva, l’accettazione della gerarchia sociale come dato di fatto, e quell’allusività ammiccante — insieme pruriginosa e pudibonda — che allora passava per umorismo sessuale, rischierebbero di far sembrare questi monologhi irrimediabilmente datati?

Sono felice di dire che queste preoccupazioni sono state spazzate via dalla profondità e, a tratti, dalla struggente urgenza che Cheryl Knight ha saputo trovare in questo materiale, e dall’ottima musicalità che lei e il suo pianista, Paul Knight, hanno portato ai testi agrodolci delle canzoni, musicati in origine da Richard Addinsell e Bill Blezard.

Nata nel privilegio, nipote di Nancy Astor, e spesso a Cliveden negli anni della giovinezza, Grenfell si impose come caratterista e come artista di cabaret, in cui i raccordi parlati tra un brano e l’altro finirono per diventare via via più sostanziosi e articolati delle canzoni stesse. Nella sua vita non le mancarono delusioni e tristezze, ed è questo — insieme alla sua acuta osservazione sociale delle obliquità finemente calibrate dei costumi inglesi — a conferire un valore duraturo al suo lavoro.

A prima vista, la sua gioia per la lingua e per le sue possibilità espressive come strumento d’ironia sembra collocarla accanto a Noël Coward. Ma se lui è Henry James, lei è piuttosto Edith Wharton: in definitiva ha più cuore che sofisticazione pungente e fragile, ed è un cuore che si protende ad abbracciare le vite tristi, pallide, consumate delle donne di periferia con speranze svanite, ma che devono comunque andare avanti. Anche la musica qui fa la sua parte: da sole, le meditazioni agrodolci, armonicamente convenzionali ma melodiose di Addinsell potrebbero sembrare leziose; ma sullo sfondo di ciascuna di queste piccole scene diventano un sottotesto di pathos e un lamento per la perdita delle possibilità, davvero toccante.

C’è poi un’altra domanda scettica da affrontare. Non è passato molto tempo dal trionfale successo di Maureen Lipman con Re:Joyce. È giustificabile una ripresa di questi materiali così presto, nelle mani di un’altra interprete? Anche qui, sono felice di dire che Knight ha dissolto questi timori fin dall’inizio. È un tipo di performer molto diverso da Lipman, e c’è spazio più che sufficiente per entrambe.

Nella scelta degli sketch (tendenzialmente malinconici) e in una recitazione spesso gentile e misurata, Knight prende le distanze dalla Lipman più virtuosistica. Con Knight molto passa attraverso cambi d’inflessione vocale o semplici movimenti scenici simbolici, sul piccolo palco dello St James Studio. Inoltre, dà alla serata un’ossatura biografica credibile ed essenziale, intervallando i numeri con letture dalle lettere di Grenfell, sia alla madre sia alla sua migliore amica, Virginia Graham. Molto di questo materiale è disponibile e pubblicato solo da poco.

Gli accompagnamenti e i commenti musicali di Paul Knight sono nitidi e sicuri; per lo più subordinati e discreti, ma con guizzi quando la necessità drammatica lo richiede. Insieme ci ricordano che Grenfell, prima di tutto, era un’artista dal vivo, che spesso improvvisava ampiamente a partire da un nucleo di base. Se il suo lavoro deve sopravvivere, è sul palcoscenico che appartiene: reintrodotto da interpreti nuovi a generazioni sempre nuove di spettatori e ascoltatori.

E gli sketch in sé? I vecchi cavalli di battaglia come ‘Ordinary Morning’ non deludono e servono a ricordare quanto Grenfell fosse abile nel far sì che fosse il pubblico a fare gran parte del lavoro, colmando i vuoti dell’immaginazione. L’interpretazione di Knight di ‘Lumpy Latimer’ cattura tutto il raccapriccio dell’imbarazzo sociale della rimpatriata scolastica, registrando al tempo stesso la corrente sotterranea di aspettative deluse riconfezionate come rispettabile successo convenzionale di mezza età. Eppure ci sono tre piccole scene, meno note, che spiccano sulle altre per profondità di caratterizzazione, pienamente resa qui da Knight.

In ‘First Flight’ una donna in viaggio verso gli Stati Uniti, che non ha mai volato prima, passa da un nervosismo chiacchierone e inconcludente a un’ansia più profonda per il matrimonio interrazziale della figlia e per il suo disperato desiderio di trovare il modo giusto per offrirle sostegno. Nella determinazione del personaggio a trovare vie d’uscita dal razzismo convenzionale della propria educazione, il testo è sorprendentemente lungimirante per l’epoca. Poi c’è ‘Telephone Call’, in cui una donna finisce gradualmente per lasciarsi con il fidanzato a causa delle richieste legate alla cura del padre, le cui lamentele petulanti si sentono continuamente fuori scena. È un pezzo implacabilmente cupo, straziante, attuale oggi come quando fu scritto.

Infine, in ‘Dear Francois’, Knight offre l’oscura ma energicamente defiante supplica di una madre single, che la porta in un territorio inatteso — pur restando in linea con la sua affermazione più generale della possibilità di una sopravvivenza frizzante nei tempi difficili. Tutti e tre questi monologhi potrebbero stare accanto ai Talking Heads di Alan Bennett per qualità dell’intuizione psicologica e autorevolezza dei personaggi, e viene davvero da chiedersi fino a che punto lo stesso Bennett sia stato influenzato da Grenfell nel suo successivo lavoro in questo genere.

Lo spettacolo si segnala anche per la riproposta di una canzone scritta per l’Aldeburgh Festival nel 1967, come omaggio a Benjamin Britten. È un brano jazzato, verbalmente intricato, una parodia d’opera che probabilmente non è mai stata eseguita da allora. Serve a ricordarci che Grenfell era capace di molto di più, come cantante e paroliera, rispetto a quanto solitamente si concedeva.

Resta un lieve rammarico che, come per tanti comici inglesi della sua generazione, non sia uscita più spesso dalla zona di comfort in cui aveva costruito con successo la propria reputazione. Possiamo però essere molto grati ai Knight per aver mostrato quanto luminosa sia ancora la sua eredità, insieme comica e sommessamente tragica.

Turn Back The Clock è in scena allo St James Studio fino al 14 giugno 2015

Condividi questo articolo:

Condividi questo articolo:

Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta

Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.

Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy

SEGUICI