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RECENSIONE: United We Stand, CLF Art Café ✭✭✭✭
Pubblicato su
7 novembre 2015
Di
timhochstrasser
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Neil Gore e William Fox in United We Stand. United We Stand CLF Art Café, Bussey Building, Peckham
2/11/15
4 stelle
Townsend Productions si sono costruiti una solida reputazione nel teatro politico e il loro ultimo spettacolo è ora in scena a Peckham, in parallelo a una mostra dedicata al suo tema: lo sciopero nazionale dei lavoratori edili del 1972 e la successiva incriminazione e detenzione di alcuni dei suoi leader. Neil Gore è l’autore e porta anche in questo progetto le sue qualità di adattatore di testi per due attori, già apprezzate di recente nel suo racconto dei Martiri di Tolpuddle e di The Ragged Trousered Philanthropists. Questa produzione, come le precedenti, è ora partita per una tournée nazionale.
Se gli scioperi dei minatori degli anni ’70 e ’80 e la Three-Day Week sono ben noti, lo stesso non si può dire oggi dello sciopero dei lavoratori edili dell’estate 1972, quando per dodici settimane trecentomila operai incrociarono le braccia per rivendicare salari più alti e condizioni di lavoro migliori. È incontestabile che all’epoca nei cantieri ci fosse poca o nessuna attenzione alla salute e sicurezza e che i salari fossero penalizzati dal sistema della “lump sum”, che consentiva ai datori di lavoro di tagliare i costi legati a paghe, pensioni e benefit. Lo sciopero ebbe in gran parte successo, e lo dovette in misura notevole all’invenzione dei “flying pickets”, che si spostavano da un cantiere all’altro.
Circa cinque mesi dopo la conclusione, ventiquattro leader dello sciopero furono perseguiti presso la Shrewsbury Crown Court in base a leggi spesso antiquate, e tre vennero incarcerati per gravi capi d’imputazione, tra cui cospirazione per intimidire e rissa (affray). Lo spettacolo si concentra sulla storia di due di loro: Des Warren – oggi scomparso – e Ricky Tomlinson, ancora tra noi, in seguito affermatosi come attore e volto noto. Dal 2006 è in corso una nuova campagna per riabilitare i condannati, e questa produzione ne fa parte. Dopo la fine dello spettacolo il pubblico si è fermato per ascoltare gli interventi di Len McCluskey, Segretario generale di Unite, e di Tom Watson, Vice Leader del Partito Laburista, oltre a un po’ di musica extra di matrice folk coordinata dal Direttore musicale, John Kirkpatrick.
Neil Gore e William Fox in United We Stand. Foto - Amy Yardley
Dunque, se questa era chiaramente un’occasione politica, lo era anche teatrale? Il teatro politico deve trovare un equilibrio delicato tra una verità necessaria e importante – che ogni teatro, sotto molti aspetti, è “politico” – e il rischio di una predica didascalica, priva di personaggi e di vita vissuta, indipendente dalla causa. Nel complesso, il testo e i due interpreti riescono a trovare la giusta misura e a mantenere vivo il nostro coinvolgimento intellettuale ed emotivo con i personaggi, grazie alla musica, all’invenzione comica e a un virtuosistico gioco di ruoli.
Lo spettacolo è presentato con grande economia di mezzi nella scenografia di Amy Yardley: un po’ di impalcatura essenziale che sostiene tavole con manifesti da un lato e pannellature per le scene in tribunale dall’altro. Per il resto, solo qualche scatola, casse da tè e un proiettore che a intervalli, in modo un po’ incerto, proiettava immagini sgranate e filmati dello sciopero e di Ted Heath e di altre figure degli anni ’70. Il resto è affidato ad attori e musicisti: ancora Neil Gore e William Fox. Ognuno interpreta una molteplicità di ruoli, ma principalmente Gore veste i panni di Tomlinson e Fox assume la figura chiave e tragica di Des Warren, attorno alla quale ruota davvero il dramma.
Gli attori affrontano il compito con grande energia e dedizione. In un teatro come questo è necessario coinvolgere il pubblico, rompendo la quarta parete, e Fox in particolare lo fa, pur continuando a sviluppare le linee del suo personaggio. Anche la musica è un punto di forza: entrambi sanno cantare bene e se la cavano egregiamente con chitarre di diverse dimensioni. Non c’è modo più rapido né più semplice per far rivivere gli anni ’70 che attraverso la loro musica, e alcuni dei momenti migliori della serata per il pubblico (perlopiù di una certa età) sono arrivati quando musica e testo hanno evocato l’idealismo e l’attivismo di quegli anni e la risposta decisamente traballante e poco convincente di chi era al potere.
La regista Louise Townsend inserisce molti movimenti credibili e momenti comici più leggeri nell’azione, che bilanciano la narrazione più cupa di una cospirazione tra governo, polizia, datori di lavoro e magistratura. Ci sono elementi caricaturali – come è inevitabile – quando i contorni di una storia complessa devono essere compressi e semplificati per far emergere una lezione morale. Tuttavia i ruoli centrali sono delineati con dettagli convincenti: vediamo il carisma da leader e l’umorismo asciutto di Warren, e le capacità organizzative di Tomlinson e la sua passione morale per la causa. Coglieremo anche chi fossero come persone al di fuori della matrice dello sciopero. Anche alcuni ruoli minori sono ben tratteggiati, in particolare il negoziatore sindacale insinuante interpretato da Gore, fin troppo incline a “spaccare la differenza” sulle questioni pur di preservare i fondi del sindacato.
William Fox e Neil Gore in United We Stand. Foto: Amy Yardley
Non sono rimasto del tutto convinto dalla tesi di una vasta cospirazione dell’establishment: anche in questo racconto, le autorità sembravano troppo nel panico e disorganizzate perché fosse così. Ma, quali che siano le simpatie politiche, è evidente che in questa vicenda emergono episodi di manifesta ingiustizia e irregolarità legali che giustificano la rabbia persistente e l’attuale campagna – non da ultimo la morte prematura di Warren, probabilmente accelerata dalla somministrazione forzata, durante la detenzione, di un cocktail di farmaci noto come “liquid cosh”. Il dramma lo evoca senza enfasi e mostra anche gli enormi costi umani per chi si trova al centro dell’azione.
La prima parte dello spettacolo ha momenti più lenti, quando le necessarie spiegazioni non sono sostenute da una messa in scena convincente; e ci sono alcuni passaggi, per esempio una lunga parodia di un game show, in cui i meccanismi drammaturgici risultano un po’ goffi. Eppure, quando si entra nelle sezioni più oscure della seconda parte, il formato acquista una logica e una tensione crescenti del tutto avvincenti. C’è una scena d’interrogatorio molto incisiva e intensi scambi in tribunale che generano nel pubblico un vero silenzio concentrato. I discorsi pronunciati dal banco degli imputati da Tomlinson e Warren dopo la condanna sono riportati parola per parola dagli attori e rappresentano pagine di scrittura di altissimo livello, degne di qualsiasi antologia dell’oratoria politica moderna.
Oscar Wilde disse notoriamente che il problema del socialismo è che richiede “troppe serate”, uno scetticismo che oggi si estende ai partiti di ogni colore, vista la dose di cinismo verso la politica e le motivazioni di chi la pratica. United We Stand è una potente confutazione di questa idea e una riaffermazione del valore attuale del teatro politico. La combinazione di passione morale, una narrazione forte, musica evocativa, umorismo consapevole e una causa militante dà vita a una serata coinvolgente che si guadagna – e merita – rispetto.
United We Stand è in scena fino al 14 novembre 2015 al CLF Cafe.
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