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RECENSIONE: Le mutande di Victoria, Soho Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Victoria's Knickers al Soho Theatre, presentato dalla National Youth Theatre Rep Company.

Il cast di Victoria's Knickers. Foto: Helen Murray Victoria's Knickers

Soho Theatre

1 novembre 2018

3 stelle

Questo scatenato musical che ripercorre gli esordi di una futura regina d’estrazione popolare ha con la ‘Victoria’ di ITV lo stesso tipo di rapporto che ‘Carry On Cleo’ ha con lo sfarzoso kolossal hollywoodiano di Liz Taylor, ‘Cleopatra’: una parodia trivializzante, chiassosa, “cool”, spassosa e anarchica.  E, se siete il tipo di persone a cui piace questo genere di cose, allora è molto probabile che vi piaccia anche questa.  Immaginate ‘Early Morning’ di Edward Bond passato in un tritacarne hip-hop nella storia programmaticamente alla moda di Josh Azouz, che si piega in quattro per essere “cool” e parlare “street”, e comincerete a coglierne la deriva scapestrata.  Qui si tratta soprattutto di assumere una posa devastantemente calcolata.  Qualsiasi altra considerazione è, più o meno, secondaria.

La National Youth Theatre Rep Company, attualmente in scena nello stesso spazio anche con la ripresa di 'Consensual' (recensito qui di recente), si presenta stavolta in una chiave ancora più leggera, nella produzione scorrevole e iperattiva — iperattiva, iperattiva, iperattiva — di Ned Bennett.  Non lascia mai calare il ritmo, e meno male, in una storia che si prende terribilmente sul serio e ha seri problemi di profondità e riflessione.  I “testi” dei vari numeri musicali sono stati assemblati dall’autore insieme al compositore dal suono trendy Chris Cookson «e ai membri della National Youth Theatre», cosa che forse aiuta a spiegare la loro super-funzionalità e la mancanza di visione.

Alice Vilanculo e Oseloka Obi in Victoria's Knickers. Foto: Helen Murray Va detto che non sono difetti che il pubblico del Soho Theatre sembri avere particolare fretta di segnalare alla produzione: a quanto pare, è ben disposto a farsi piacere l’ennesima fantasia escapista sulla famiglia reale che proprio non vuole scomparire.  Se la NYT pensa davvero che questo sia il tema più importante che le sia venuto in mente, così sia.  Ancora una volta, distogliamo lo sguardo collettivo dalle preoccupazioni legate al qui e ora (qualcuno alla NYT ha mai sentito parlare di “Europa”?), e lo fissiamo, in modo vago e sfocato, su un passato remoto, il vero “focolare” del nostro interminabile Mito Nazionale.

Il cast di Victoria's Knickers. Foto: Helen Murray

A ipnotizzare qui è l’intero cast dell’altro spettacolo, ma con ruoli più spensierati.  Alice Vilanculo ruba di nuovo la scena con aplomb e presenza scenica nel ruolo protagonista, e Jamie Ankrah le fa da contraltare: una figura apparentemente presa dalla storia (non perdiamo tempo, qui, con Irlanda o India...), che si sarebbe distinto per una fascinazione cleptomane per la biancheria della sovrana.  (Davvero, NYT, se questo è il livello a cui volete lavorare....)  Le sorelle del ladruncolo, Laurie e Isabel (Laurie Ogden e Isabel Adomakoh Young... sì, NON È una coincidenza?) sono al centro dell’unica scena davvero drammatica dello spettacolo: una riproposizione della scena di esecuzione ispirata a ‘Non aprite quella porta’ vista nella produzione dell’ENO del ‘Mazeppa’ di Čajkovskij.  È tipico, però, di questo allestimento che, mentre l’ENO otteneva un effetto davvero terrificante, i guitti della NYT puntano solo a uno scherzo da studenti.  Se siete su quella lunghezza d’onda, benissimo: altrimenti, dopo un po’, la persistente goliardia adolescenziale potrebbe risultare anche solo un filo irritante.

Aidan Cheung, Muhammad Abubakar Khan e Olivia Dowd in Victoria's Knickers. Foto: Helen Murray

Muhammad Abubakar Khan, Lord Conroy, è quello che in quella scena viene fatto a pezzi dalla sega, e affronta la propria dipartita con la consueta energia e convinzione.  Un po’ seccato dalle scorribande della futura sposa è l’elegante Albert di Oseloka Obi, che prova perfino a parlare in tedesco (la prossima volta, NYT, magari ingaggiate un coach linguistico?).  E c’è tutta un’altra sfilza di personaggi interpretati da Simran Hunjun (la Duchessa), Gary (Jeffrey Sangalang, anche nel ruolo del Pescatore), Christopher Williams (Len), Jay Mailer (Ernst, il Festaiolo e — non sto scherzando — Dr Feel Good), Olivia Dowd (Brunhilda, Cecil e anche Sonia), Leah Mains (un’altra interprete che praticamente interpreta se stessa, come “Leah”), Fred Hughes-Stanton (idem, e anche l’Agente Troy), Marilyn Nnadebe (Arbitra — sì, in questa revisionista costumelandia hanno perfino arbitre donne), Aidan Cheng (ottimo nel ruolo del principale cattivo dello spettacolo, Sasha), Francesca Regis (Toni), con musica eseguita dal vivo in scena (oltre a quella che proviene dal sound design di Giles Thomas) da Kazuma Costello, Natalie Smith e Isabelle Stone.

La resa dei numeri musicali (Direzione musicale, Arlene Naught; Produzione musicale, Jason Elliot) è probabilmente il punto di forza principale della produzione.  La scenografia cupa, perfino un po’ volgare, di Hannah Wolfe colpisce l’occhio pur essendo chiaramente realizzata con un budget ultra-ridotto, ma — come il copione — in realtà non va da nessuna parte.  E Jess Bernberg illumina il tutto con chiarezza, assicurandosi che seguiamo docilmente i molti spostamenti del fuoco dell’attenzione, in scena e fuori scena.  Meghan Doyle è assistente alla regia (Bryan Forbes Assistant Director).  Capisco perché compagnie come la NYT sentano di dover restare “rilevanti”, ma la domanda deve sempre essere: “rilevanti rispetto a che cosa?”.

Fino al 10 novembre 2018

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