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RECENSIONE: Guerra con i Tritoni, Bunker Theatre ✭✭
Pubblicato su
14 ottobre 2018
Di
julianeaves
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Julian Eaves recensisce la produzione di Knaive Theatre di War With The Newts, attualmente in scena al Bunker Theatre.
Foto: The Other Richard War With The Newts Bunker Theatre
10 ottobre 2018
2 stelle
Karel Čapek si è fatto strada nel cuore del teatro britannico come coautore, insieme al fratello Josef, del brillante bestiario satirico noto qui come “The Insect Play”. Si è anche cercato di riportare alla luce altre loro opere: un certo successo l’ha avuto la favola di fantascienza “R.U.R.” (“Rossum’s Universal Robots”), arrivata perfino nel West End con nientemeno che Ian Carmichael, ma nessun’altra sua creazione sembra aver davvero attecchito. Nonostante vari tentativi di trovare un posto anche per questa – un romanzo più volte adattato per la scena, trasformato in musical e chi più ne ha più ne metta – nessuno è ancora riuscito a farlo funzionare fino in fondo. Imperterrito, il nuovo gruppo Knaive Theatre ha lanciato un adattamento energico e contemporaneo, spostando l’azione nelle acque agitate che circondano Brexitland e, dopo aver fatto bene – loro e alcune citazioni dalle recensioni ci assicurano che è andata così – all’Edinburgh Fringe, ora si è installato per una tournée nel moderno, hipster-friendly rifugio sotterraneo della tribù del Bunker.
Foto: The Other Richard
Qui l’adattamento è di Tyrrell Jones, che – con un atto di sfacciato coraggio – firma anche la regia. Ed è forse qui, caro lettore, che iniziano i problemi più evidenti di questa produzione. Jones infila un bel minestrone di possibilità (come diceva la Divine Miss M), ma non sono del tutto convinto che abbia ancora la capacità di fare un passo indietro e riflettere davvero su ciò che funziona sul serio. Così, nonostante la presenza di ben due dramaturg (Matthew Xia e Sam Redway), non si ha mai la sensazione che tutti i suoi intelligenti trucchi teatrali si sommino a qualcosa di più di una vetrina per studenti di teatro creativi e talentuosi, intenti a provare tutto ciò che gli viene in mente e curiosi di scoprire che effetto – se mai – produca dal vivo. È interessante, a tratti coinvolgente, ma a mio avviso ancora molto lontano dal dare quel senso compiuto che la promozione rivendica.
Certo, da Edimburgo la voce è che siano splendidi. I recensori lassù gliel’hanno detto. Forse il pubblico ne è rimasto conquistato. Ma Edimburgo è lontanissima, criticamente ed esperienzialmente, da Londra. E capita spesso che queste produzioni celebratissime arrivate dalla Caledonia giungano in città per trasformarsi, come per una terribile magia locale, in pasticci piuttosto caotici e non molto ben pensati. Perché? Non ne ho la minima idea. Possibile che lassù valgano standard diversi rispetto a quaggiù?
Pazienza. Il cast, comunque, è sempre ammirevole. Sono in tre, ma si fanno un mazzo così per tirar fuori il meglio da una manciata di ruoli vari e ben distinti. Straordinario è Everal A Walsh, che fa un banchetto ricchissimo delle sue sei diverse caratterizzazioni: la sua voce è uno strumento sublime e l’uso del corpo e del volto è impeccabile; è un uomo che meriterebbe una posizione ben più consolidata nel nostro teatro: credo che mi ricorderò della sua prova per sempre. Nadi Kemp-Sayfi, unica donna della compagnia, ha cinque parti da sostenere e lo fa con sicurezza crescente man mano che lo spettacolo procede, diventando più rilassata e meno rigida in scena: sono certo che nei prossimi anni la vedremo e la sentiremo molto di più. Sam Redway, co-dramaturg, recita anche ed è bravo in ciò che fa, ma in sostanza ha due modalità: silenzioso e proletario, e silenzioso e posh; si prende però la risata migliore della serata (e non ce ne sono molte, al di là di qualche risatina “complice”) uscendo da una vasca indossando un paio di boxer con la Union Jack. Quando una produzione deve affidarsi a trovate così facili per ottenere le reazioni più forti, si capisce che c’è un problema.
Foto: The Other Richard
Eppure molte persone hanno messo il loro peso dietro a questa impresa. Il foglio del “programma” contiene un robusto elenco di “Thanks to...”, dove compaiono alcuni nomi molto rispettabili. Forse anche grazie a quella lista, l’imponente lavoro di design di Hannah Sibai è senza dubbio realizzato con un budget risicato, ma riesce comunque a dire cose forti e memorabili con i mezzi a disposizione ed è particolarmente efficace nei costumi: ha un occhio davvero giusto per il teatro. Le luci non sono accreditate – anche se lo spettacolo ne fa ampio uso – e non lo è nemmeno chi ha creato gli ingegnosi video, quindi forse è tutto merito della creativa Sibai? Se così fosse, tanto di cappello! Il compositore (che attinge a piene mani da registrazioni preesistenti), Rob Bentall, invece è accreditato, e la sua (è sua?) rielaborazione di “Sailing By” è uno degli effetti più deliziosi di questo intrattenimento. L’Associate Sound Designer è Dan Valentine, che fa molto per colmare i vuoti lasciati dai non sequitur a scatti della drammaturgia.
Non so se il signor Jones abbia studiato le precedenti incarnazioni di quest’opera sulle scene britanniche (o di qualsiasi altro paese). Che lo abbia fatto o no, pur prendendosi solo 70 minuti del vostro tempo per mostrarvi la sua versione, riesce a far sembrare quei minuti lunghissimi, lunghissimi, lunghissimi. Con qualche replica in più e molte note, la produzione acquisterà sicuramente ritmo e leggerezza. Lo spero. Nel frattempo, posso solo dire che ciò che ho visto, pur affascinante sotto molti aspetti, non è ancora un lavoro pienamente compiuto. Forse lo sarà presto. A tutti gli interessati, il più “Brexit British” degli auguri!
Fino al 27 ottobre 2018
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