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NOTIZIE

RECENSIONE: Windows, Finborough Theatre ✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Duncan Moore, David Shelley, Janet Amsden, Carolyn Blackhouse ed Eleanor Sutton in Windows. Foto: Scott Rylander Windows

Finborough Theatre,

24 agosto 2017

2 stelle

Prenota ora John Galsworthy gode di una popolarità duratura grazie alla sua narrativa in prosa, soprattutto per La saga dei Forsyte, portata due volte sul piccolo schermo, ma è meno ricordato per i suoi testi teatrali e, a giudicare da questo copione, ripreso con grande cura da Project One in collaborazione con Neil McPherson per il Finborough, è facile capirne il motivo.  Ci sono molti dialoghi brillanti e ben scritti, e un paio di scene con una certa profondità emotiva, ma a questo dramma manca l’unica cosa così irresistibilmente presente nella storia di Soames e Irene e di tutti gli altri Forsyte: un conflitto centrale, potente.

Caroline Blackhouse e Duncan Moore in Windows. Foto: Scott Rylander

Al suo posto troviamo una squisita sala da pranzo borghese del dopoguerra della famiglia March (un aptrònimo, se mai ce n’è stato uno) – una creazione trionfale di Alex Marker, ricca di dettagli tali da ripagare l’osservazione per tutti e tre gli atti di questa vicenda domestica.  Ad abitarla sono personaggi per lo più solo parzialmente definiti: il burbero padre Geoffrey (David Shelley); la capace madre Joan (Carolyn Backhouse); il figlio cupo Johnny (Duncan Moore); la frizzante figlia Mary (Eleanor Sutton); la cuoca devota (Janet Amsden); l’adorabile canaglia, lavavetri Mr Bly (Vincent Brimble) e sua figlia dal passato complicato che lui tenta di sistemare al servizio della famiglia come domestica, Faith Bly (nella vita reale sua figlia, Charlotte Brimble).  In effetti, la storia padre-figlia avrebbe il potenziale per diventare una riproposizione di Doolittle ed Eliza in Pygmalion (1913): il confronto con Shaw è illuminante – nelle sue mani, lo scontro di classe acquisisce una vera urgenza drammatica.  Galsworthy può condividere molte delle stesse idee riformiste di GBS, ma purtroppo è lontanissimo dal possedere lo stesso talento nel creare teatro davvero avvincente.  Ciononostante, mentre fa ricadere la maggior parte delle battute su questi rappresentanti della società britannica, spesso mette loro in bocca frasi divertenti, argute o riflessive.  A un certo punto Johnny pianta i piedi e si rifiuta di muoversi mentre legge The Scarlet Pimpernel, Piccole donne e la Bibbia: qualcuno commenta, «Non vorrai lasciarlo lassù con tutta quella letteratura incendiaria».  Che gusto ortoniano!

Charlotte Brimble e Vincent Brimble in Windows. Foto: Scott Rylander

Nel testo c’è parecchio di così spassoso e verrebbe da pensare che lo spettacolo strappi molte risate.  Purtroppo, nella regia metodica di Geoffrey Beever non accade; beh, restiamo ottimisti e diciamo: «Non ancora, almeno».  Per come stanno le cose, c’è una serietà quieta, persino grave, nel modo in cui le scene vengono interpretate: più che far scintillare i lampi di humour, spesso li copre, e non è del tutto chiaro il perché.  Dal momento che è difficile affezionarsi a queste persone, non siamo messi nelle condizioni migliori per interessarci alle loro vite.  La trama è appena sufficientemente presente da tenere desta l’attenzione: un flirt davvero, davvero minimo tra il figlio e la domestica, una tempesta sproporzionata e immeritata versata dentro una tazza da tè.  E basta.  Solo nei minuti finali del breve terzo atto entrano in scena due figure grossolanamente sottoutilizzate: il giovane spasimante levigato di Faith, Blunter (un altro – fragorosamente – aptrònimo, Jacob Coleman), presto inseguito dal personaggio più riuscito sul piano della caratterizzazione, l’agente Barnabas (Christopher White, che sembra suggerire un grado un po’ più elevato, forse un «Ispettore» in arrivo…? – ricordiamolo: il testo è del 1922).  Con loro sul palco, e Faith che finalmente divampa uscendo dal suo ruolo dimesso e soffocato, l’opera prova faticosamente ad accendere un po’ di calore.  Ma finisce prima ancora di avere la possibilità di ingranare.

Janet Amsden e Carolyn Blackhouse in Windows

Nel dramma si dice che passi molto tempo, e in effetti vediamo servire tre «portate» di pasti apparentemente diversi; cambiano i fiori al centro del tavolo, ma nulla sembra cambiare davvero.  Persino il budget costumi di Georgia de Grey non arriva a prevedere cambi d’abito per il cast, forse a sottolineare la permanenza del loro mondo.  Robbie Butler illumina in modo semplice, con un bel tocco nel gestire alcuni gesti simbolisti, soprattutto nel finale fortemente metaforico.  Richard Bell fornisce musiche d’epoca così vivaci che le si potrebbe ascoltare volentieri per tutta la serata.  Nel complesso, però, è un’uscita dignitosa ma piuttosto torpida per una famiglia ignorata professionalmente per 85 anni.  Viene da chiedersi quanto tempo passerà prima che abbiano un’altra occasione di attirare la nostra attenzione.

Fino al 9 settembre 2017

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