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Carousel di Rodgers e Hammerstein: dal 1945 al 2014 in un unico successo
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emilyhardy
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Un bacio con un pugno è meglio di niente? Carousel di Rodgers & Hammerstein: dal 1945 al 2014 in un unico colpo So cosa volete che faccia. Volete che scriva una recensione – che tiri fuori qualcosa di interessante e spiritoso sulla produzione di Carousel di Morphic Graffiti all’Arcola. E sì, posso provare ad accontentarvi, almeno fino a un certo punto – per non fallire del tutto nel mio ruolo di recensore/critico/scrittore, o come preferite chiamarmi. Posso raccontarvi dello spazio – uno spazio che, varcata la soglia, ha strappato ai suoi ignari spettatori sospiri involontari e ben udibili (in parte per l’umidità, certo, ma soprattutto per la trasformazione radicale del teatro), della band appollaiata in alto a prepararsi a cinguettare, e di più corde, carrucole e leve di quante se ne vedano a un campo PGL. La scenografia di Stuart Charlesworth è semplice e al tempo stesso sontuosa, più evocativa che letterale; di quelle che in superficie sembrano umili (tavoli, sedie, cose che girano e scale) ma che – quasi per stregoneria – trasportano il pubblico senza soluzione di continuità da una scena all’altra. Rifiutando la consueta veste da luna park, Charlesworth chiede invece al pubblico di considerare la natura simbolica dell’ambientazione, rendendoci più disponibili ad accettare l’altrimenti macchinoso passaggio del secondo atto dalla Terra al Paradiso. Tolti un paio di inevitabili punti con visuale un po’ infelice, la scena è pronta. Posso anche parlarvi della regia – quella di Luke Fredericks e del suo assistente James Hume, e della direzione musicale di Andrew Corcoran. Il pensiero e la cura riversati in questa produzione – riposizionata con intelligenza per coincidere con la fine della Seconda guerra mondiale – fanno sì che ogni singolo centimetro quadrato dello spazio sia carico di significato. Non potete fare a meno di ascoltare davvero i testi, o di sentire le onde emotive mentre la trama si attorciglia e si contrae nel suo modo insolito e imperfetto, trascinando con sé personaggi sfortunati e difficili. L’espressione pensosa di Corcoran durante la ripresa a cappella, culminante, di You'll Never Walk Alone – come quella di un allenatore negli ultimi minuti di una partita tirata – è indicativa della passione che anima questa reincarnazione della leggendaria partitura di Hammerstein. Potrei parlare dell’ouverture mozzafiato, dilungarmi sul balletto sconvolgente di Susie Porter, sulla coreografia di Lee Proud, sulla voce di Joel Montague. E ne ho voglia. Ne ho davvero voglia. Ma prima c’è un’altra cosa che devo fare. Preparatevi – sto per guastarvi la festa. Il musical preferito di Richard Rodgers, con i suoi testi «significativi, commoventi, splendidamente scritti e teneri», «il miglior musical del XX secolo», è anche – diciamolo – spaventosamente sessista. Grazie al lavoro del femminismo oggi mi è concesso esprimere la mia opinione e, francamente, trascurerei il mio ruolo di donna se non menzionassi il disagio acuto che ho provato a tratti durante Carousel. Il problema è in gran parte storico; Carousel è «figlio del suo tempo» e gli è fedele. In certi punti è persino innocuo; le donne sembrano gradire le avances degli uomini – come una gradita distrazione dal bucato – e non sono affatto impressionate dal comportamento del solipsistico protagonista. Tuttavia i personaggi maschili vengono facilmente perdonati, trattati con rispetto e guardati con ammirazione, a prescindere da come si comportino. Quando Louise si gira verso la madre e concorda con prontezza e con una sincerità fragorosa che il pugno di suo padre «non fa affatto male», la speranza di un futuro migliore per le donne si affievolisce. Davvero, a che serve chiedersi wond'rin? Purtroppo per questa produzione di Carousel, troppe persone condividono ancora queste idee, e battute del genere – consegnate con tanta accettazione e adorazione – arrivano con un tonfo pesantissimo. Essendo anche un musical, Carousel è splendente e frivolo. Si crogiola nel proprio contesto con gioiosa sfrontatezza, persino con orgoglio, senza la minima ombra di rimorso o di scuse. L’umiliazione delle figure femminili compromesse è accompagnata da melodie corrosive contro cui è difficile discutere. È facile farsi accecare, lasciarsi trascinare dalle danze, dall’esuberanza e dalla celebrazione. Ma per me è stato come sbattere dritta contro un muro opaco e miserabile di misoginia. Purtroppo questo ha limitato la mia capacità di apprezzare pienamente gli altri (splendidamente dipinti) strati della trama – l’amore, la speranza, la famiglia, il lutto e l’amicizia. Non è colpa del team creativo; non sono loro responsabili del contenuto del testo di Ferenc Molnár. Né è responsabilità loro guarire migliaia di anni di danni. Stanno semplicemente mettendo in scena uno spettacolo (e anche uno bello!). Tuttavia alcuni elementi di questa storia, quando vengono riproposti a un pubblico del 2014, vanno riconsiderati o, quantomeno, riconosciuti. Fredericks ha tentato in parte di porre rimedio attraverso il personaggio di Nettie – imprenditrice indipendente e possibile modello femminile – ma non basta. C’è ulteriore margine registico – in particolare nel secondo atto, con la nascita di una nuova generazione, e nel modo di pronunciare le dannose battute finali – per suggerire disapprovazione. Senza questo, resto scettica e faccio fatica a vedere cosa abbia da dire Carousel a un pubblico contemporaneo. Il sessismo è – in alcune parti del mondo – diverso oggi: latente, camuffato. Ma non c’è bisogno che ve lo dica io: resta un problema. Florence (quella dei Machine) cantava nel 2008 che «un bacio con un pugno è meglio di niente». Sta parlando per Julie Jordan? Stiamo ancora trovando scuse alla violenza domestica e permettendo deliberatamente che le donne subiscano la sottomissione? In una società intrisa di pregiudizi, perché scegliere di raccontare di nuovo una storia come se tutto fosse aggiustato? Non c’è bisogno di resuscitare la misoginia. È ancora qui e non se n’è mai andata. Ha fatto il suo giro sulla giostra. Gira e rigira, ricevendo ogni tanto una passata di vernice o una goccia d’olio. E quel che è peggio è che siamo talmente abituati a vedere donne sminuite in scena, soprattutto nel teatro musicale, che molti spettatori non batteranno ciglio (non fino a quando non piangeranno per la morte di Billy, comunque). Ma invece di comprare un altro gettone, saltare su per un altro giro, forse è ora di scendere? Molte persone non si offenderanno minimamente per Carousel. Usciranno dal teatro con il passo leggero, canticchiando le melodie. E va benissimo. È una produzione facile da amare. Ma considerando le statistiche, la presenza quotidiana del sessismo, il fatto che in media le donne siano ancora pagate il 18% in meno degli uomini, e il numero di donne intrappolate in matrimoni violenti, io non sono riuscita a fare lo stesso. Quindi potete alzare gli occhi al cielo, fare tut con disapprovazione, perfino gemere per la stanchezza, ma qualcuno deve pur dirlo. Carousel è all’Arcola Theatre dal 18 giugno al 19 luglio.
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