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NOTIZIE

RECENSIONE: Man mano che un uomo cresce più forte, Jack Studio ✭✭✭

Pubblicato su

25 febbraio 2019

Di

timhochstrasser

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Tim Hochstrasser recensisce il nuovo spettacolo di Howard Colyer, As a Man Grows Stronger, interpretato da David Bromley al Brockley Jack Studio Theatre.

David Bromley in As A Man Grows Stronger Foto: Tim Stubbs Hughes As a Man Grows Stronger

Jack Studio Theatre

3 stelle

21 febbraio 2019

Il nuovo testo di Howard Colyer, scritto per una sola voce e della durata di poco più di un’ora, è frutto di una ricerca impressionante ed è interpretato con grande finezza da David Bromley, in una produzione che lo valorizza con intelligenza attraverso un accurato lavoro d’epoca. Tuttavia solleva anche – senza mai risolverle del tutto – domande spinose su come rappresentare la vita e l’opera di un artista o di uno scrittore, rendendo giustizia in egual misura a entrambe le dimensioni.

Questo spettacolo cerca di introdurci alla vita e alla carriera di Italo Svevo, che trascorse gran parte della sua esistenza a Trieste. La sua vita attraversò il XIX e il XX secolo e fu tutt’altro che semplice. Nato ebreo e formato in Germania, fu profondamente segnato anche da lealtà culturali e politiche italiane, senza però trovare mai una piena accettazione né sotto i governi austriaci né sotto quelli italiani in cui visse. Non era chiaro nemmeno a lui dove appartenesse, né venne mai davvero accolto: men che meno dal regime fascista di Mussolini, che oscurò i suoi ultimi anni. Per molti aspetti i dilemmi di confine di Svevo sono estremamente attuali, e proprio nello stuzzicare quei paralleli senza forzarli troppo questo spettacolo risulta forse più riuscito.

David Bromley in As A Man Grows Stronger di Howard Collyer. Foto: Tim Stubbs Hughes

C’è molto umorismo garbato, spesso a spese del personaggio stesso: la sua timidezza e la sua paura, l’incapacità di smettere di fumare (che diventa un motivo ricorrente dello spettacolo) e la determinazione a non lasciare che la propria identità venga sommersa dal peso degli eventi, domestici o politici che siano. C’è anche un ricco senso dell’assurdo, che si immagina sia emerso come una vena satirica anche nella sua scrittura. È davvero bizzarro che abbia trascorso dieci anni della sua vita a Charlton a supervisionare la produzione di una speciale vernice ad alta resistenza per le corazzate britanniche, la cui formula era gelosamente custodita dall’azienda della famiglia di sua moglie e, soprattutto, da sua suocera.

Ci sono somiglianze con la vita di Kafka, in particolare nel modo in cui sembra trasformare la propria relativa impotenza di fronte agli eventi in una persona letteraria. Tutto ciò offre a David Bromley materiale ricchissimo per delineare un memorabile intreccio di contraddizioni nervose e ansiose, ripercorse attraverso gli episodi della vita di Svevo. C’è inoltre un’affascinante percezione di come, nella sua mente, il confine tra verità e finzione venga volutamente e consapevolmente sfocato come via di fuga dalle umiliazioni quotidiane e dalle battute d’arresto. Dopotutto anche il suo nome è un’invenzione letteraria, ideata per evitare di essere incasellato nella turbolenta politica del tempo. Non sappiamo fino in fondo quanto fidarci di ciò che ci viene raccontato.

Le cose si complicano ulteriormente con l’inserimento di una lunga sezione centrale che descrive l’amicizia di Svevo con Joyce, che fu suo tutor d’inglese a Trieste e poi divenne un fedele sostenitore e ammiratore in campo letterario. Molto di questo è davvero divertente, e Bromley fa un ottimo lavoro nell’interpretare Joyce: non solo nell’accento, ma anche in tutta la sua disperata impraticabilità e nella sua imperiosa ambizione verbale.

David Bromley in As A Man Grows Stronger. Foto: Tim Stubbs Hughes Colyer ha compiuto un lavoro molto abile nel distillare l’enorme quantità di informazioni eterogenee che abbiamo sulla vita di Svevo e sul suo incontro con James Joyce, trovando una cornice plausibile su cui appenderle. Ma proprio questa attenzione agli enigmi della vita fa sì che non si senta quasi abbastanza della scrittura di Svevo in quanto tale. Ne ascoltiamo un accenno a proposito dell’ultima opera teatrale su cui sta lavorando e della sua satira pungente sul falso abbraccio di Mussolini a un’idea fasulla di giovinezza, ma non c’è nulla delle Confessioni di Zeno, l’opera che suscitò l’ammirazione di Joyce, né delle sue altre opere principali. In effetti finiamo per scoprire più Joyce come scrittore di quanto non impariamo su Svevo. È come autore che quest’ultimo reclama in primo luogo la nostra attenzione – fu definito “il Proust italiano” – e perciò è un peccato che questo aspetto risulti poco sviluppato. Forse bisogna scegliere: si può decidere di drammatizzare la vita (che è davvero interessante) oppure l’opera, ma non entrambe insieme. Ma in questo caso, trattandosi di un autore e non di un uomo d’azione, è l’opera che alla fine dovrebbe contare un po’ di più. Detto questo, il lavoro creativo di supporto alla produzione è di prim’ordine. Il piccolo spazio disponibile a Brockley ha agito da stimolo all’invenzione su più livelli. Il designer Karl Swinyard evoca con cura minuziosa il disordine d’epoca dello studio di uno scrittore, lasciando al contempo molte zone di movimento in cui la regista Kate Bannister crea una fluidità d’atmosfera con l’interprete, evitando quadri statici e garantendo che ci sia sempre qualcosa da guardare. Il progetto sonoro e luci è realizzato con grande perizia: si avverte davvero lo scorrere della giornata, mentre Svevo attende ora lo strillone, ora il passo più pesante dell’autorità. E la gamma di rumori e suoni di strada rievocati dalla memoria (compreso un memorabile naufragio) è resa ed evocata con un realismo sorprendente – cosa spesso non facile in uno spazio ridotto.

Così, anche se lo spettacolo non riesce del tutto a chiudere il cerchio nel dimostrare l’attualità del suo soggetto, il ritratto corale di una vita inquieta vissuta con ironia ai margini è realizzato con delicatezza e resta impresso, facendo onore a tutti i coinvolti.

SITO WEB DEL JACK STUDIO THEATRE

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