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NOTIZIE

RECENSIONE: Dixon and Daughters, National Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

pauldavies

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Paul T Davies recensisce Dixon and Daughters, un testo di Deborah Bruce attualmente in scena al National Theatre.

Il cast di Dixon and Daughters. Foto: Helen Murray Dixon and Daughters.

National Theatre.

25 aprile 2023

4 stelle

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Le case possono custodire ricordi, e non sempre vengono filtrati dalla nostalgia. La mattina in cui Mary esce di prigione e viene riportata a casa dalla figlia Bernie, tutto ciò che desidera è dormire nel proprio letto. Ma un’altra figlia, Julie, ci ha dormito, cosa che manda Mary su tutte le furie (fin dall’inizio ci chiediamo il perché), e c’è una stanza libera in cui nessuna delle donne vuole entrare. La drammaturga Deborah Bruce tiene splendidamente a bada le domande, finché non emerge il terribile abuso che Dixon ha inflitto alle figlie e alla moglie, rivelato soprattutto attraverso la forza redentrice di Briana, un tempo Tina, le cui accuse contro il padre hanno portato a un processo nel quale Mary ha mentito sotto giuramento, finendo così condannata. Clean Break, compagnia che lavora con donne che hanno vissuto l’esperienza del carcere o che sono state a rischio o coinvolte dal sistema giudiziario, firma uno spettacolo coinvolgente che vibra di rabbia, attraversato però da un umorismo sardonicamente tagliente che aiuta le donne a resistere.

Liz White, Yazmin Kayani e Alison Fitzjohn. Foto: Helen Murray

La scenografa Kat Heath mantiene i segreti nell’ombra, illuminandoli a tratti con tagli di luce netti; ma mi sono chiesto se le linee di visione possano creare problemi al pubblico in platea a destra, perché l’azione nella camera di Mary si svolge in alto e molto verso il lato sinistro del palco. Ho trovato inoltre le luci stridenti e le porte sbattute nei passaggi temporali un po’ melodrammatiche, a confronto con la recitazione naturalistica di questo solido ensemble. Nei panni di Mary, Brid Brennan restituisce una volontà d’acciaio, con barriere ben alzate: si autoimprigiona nella negazione del marito violento e nelle cicatrici profonde che lui ha lasciato; quando finalmente svela l’abuso subito da lei, il momento è straziante, mentre lascia esplodere il dolore. Alison Fitzjohn è una forza della natura come Briana, determinata a portare tutto allo scoperto, ripetendo slogan online e frasi fatte da auto-aiuto, eppure con una profondità che impedisce alla performance di trasformarsi in un numero comico. Sposta il divano per rivelare il sangue dell’infanzia che macchia la moquette, e il gesto porta simbolicamente tutto alla luce. Andrea Lowe è splendidamente fragile come Julie, che beve, a sua volta intenta a nascondere i lividi causati da un partner violento; Liz White crepita di martirio nei panni della organizzata e stabile Bernie; Yazmin Kayani interpreta la figlia Ella, devastata quando comprende il vero orrore della storia familiare. Completa il cast Rosy Sterling nel ruolo di Leigh, detenuta appena rilasciata e accolta da Mary: e, sebbene sia chiaramente un espediente narrativo per innescare domande e risposte, la sua interpretazione energica mette in luce quanto siano insufficienti i sostegni per chi esce dal carcere.

Foto: Helen Murray

Man mano che ciascuna donna confessa quanto gli uomini esercitino controllo su di lei (Ella che vuole lasciare l’università a causa di un docente inquietante con avance inappropriate), il testo scivola fin troppo apertamente nel verbatim. Inoltre, a tratti, l’umorismo convive con difficoltà con la materia trattata, anche se è evidente che le donne lo usano come meccanismo di difesa.  Ma, come spiega Helena Kennedy QC in un eccellente articolo di programma, la misoginia è un modo di pensare, e la sua normalizzazione viene resa con forza in questo spettacolo dal ritmo ben calibrato e profondamente coinvolgente. Il finale arriva con un gesto semplice ma potente di redenzione, ed è in momenti come questi che questa produzione resta impressa.

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