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NOTIZIE

RECENSIONE: Garine, Teatro Arcola ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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Gariné

Arcola Studio 1

14/08/15

4 stelle

L’annuale Grimeborn Opera Festival non punta soltanto a offrire una vetrina per l’opera contemporanea e nuove versioni del repertorio consolidato, ma anche a riportare alla luce lavori un tempo popolari e oggi dimenticati. Gariné è uno di questi: una rarità sotto molti aspetti. È una lunga operetta in cinque atti degli anni Settanta dell’Ottocento, quindi coeva di Carmen (a cui, a un certo punto della serata, viene fatto un arguto riferimento); ma lì finiscono le somiglianze superficiali. Il compositore era armeno, Dikran Tchouhadjian, figlio dell’orologiaio del sultano, e dunque parte di quel mondo cosmopolita della Istanbul di metà Ottocento, protetto – almeno in parte – dalla crescente persecuzione dei suoi connazionali. Ricevette un’eccellente formazione musicale a Milano, prima di scrivere una serie di operette di successo e opere storiche meno fortunate, che gli valsero i soprannomi di «Offenbach orientale» e «Verdi armeno». Il suo trionfo più grande arrivò con Gariné, allora con il titolo originale ma più prosaico di The Chickpea Vendor, rappresentata in tutta Europa per diversi decenni.

Quello che abbiamo ascoltato all’Arcola era, per aspetti importanti, diverso dall’originale. Si trattava di una performance semi-scenica e quindi una grande quantità di materiale è stata tagliata. Al posto dell’orchestra c’era un pianoforte a coda, suonato con ammirevole delicatezza e brio da Kelvin Thomson. È quindi impossibile commentare direttamente le grandi capacità, spesso attribuite al compositore, come orchestratore. Un nuovo libretto e una traduzione sono stati curati da Gerald Papasian, regista e motore dell’intera operazione. Ha inoltre inserito riepiloghi narrativi per garantire continuità a una trama ampiamente rimaneggiata.

Dal punto di vista musicale, il lavoro ha molto fascino, anche se, ascoltandolo “alla cieca”, avrei sospettato più l’influenza di Rossini e di Gilbert and Sullivan che non di Offenbach e Verdi! Lunghe sequenze di cori in tempo di valzer o di quadriglia sono intervallate da arie che mettono in luce le voci dei protagonisti con una scrittura impegnativa, ma mai virtuosistica fine a se stessa. Le melodie hanno una dolcezza e una flessione folklorica che rimandano a una matrice armena, mentre gli accompagnamenti sprigionano una vitalità saltellante, fatta di arpeggi, con occasionali “passeggiate” armoniche più audaci che fanno intuire quanto potrebbe risultare seducente e sofisticato un vero fondale orchestrale. Per il resto, almeno dal punto di vista sonoro, non si percepisce come un’opera specificamente orientalista: piuttosto un’operetta solidissima, nel pieno stile europeo “di casa” dell’epoca. Forse registro semplicemente il mio condizionamento culturale, ma a tratti The Pirates of Penzance non sembrava poi così lontano (e di certo non è un male).

Sul piano drammatico, la storia non è né migliore né peggiore di tante improbabili catene di disavventure romantiche tipiche dell’operetta. La trama ruota attorno a una compagnia teatrale il cui direttore, Armen (Edward Saklatvala), ha appena perso la sua prima cantante a favore di una compagnia rivale. Gariné (Danae Eleni) sarebbe perfetta per salvare la situazione, ma sfortunatamente suo padre Hor Hor, il ricco venditore di ceci (Leon Berger), è contrario a vederla salire sul palco. Ci sono molti ostacoli da superare prima che possano andare avanti sia lo spettacolo sia la relazione, non da ultimo un’intera e complicata serie di sottotrame che sarebbe noioso riassumere; basti dire che offrono molte occasioni “da pezzo forte” per coreografie sensuali, cambi di costume rapidissimi, cadute comiche, minacce melodrammatiche e commenti del coro di attori e danzatori, che costituisce il cuore del lavoro.

Però, sotto due aspetti, ci troviamo di fronte a un soggetto davvero distintivo e personale. La questione se le donne dovessero o meno esibirsi in scena era una vera controversia nel teatro ai tempi del compositore, con conseguenze concrete per chi ne era coinvolto. Qui c’è un taglio, nella scrittura musicale e nel testo, che giustamente solleva l’azione al di sopra della farsa da scazzottata. Inoltre, si sviluppa un interessante dibattito sulla gerarchia del teatro: il valore risiede nell’arte “alta”, nel teatro di strada più vicino al gusto popolare, o in entrambi? Alla fine, i comici di strada e i giocolieri chiedono pari considerazione e pari rango nel teatro di Istanbul, accanto alle compagnie “ufficiali”. Anche questo tema era importante per artisti e pubblico dell’epoca, e ha inquietanti pre-eco del dibattito che si svolge nel Prologo di Ariadne auf Naxos di Strauss e Hofmannsthal. Musica e teatro possono anche essere «arti sacre», ma non abbiamo forse tutti diritto a un momento di svago?

Con così tanto materiale concentrato in quella che restava comunque una serata lunga, i compromessi erano inevitabili, e non tutti hanno giovato al pezzo. Gli interventi narrativi di Papasian, pur necessari per chiarezza, erano troppo lunghi e appesantiti da eccessiva “attività di scena” che rallentava l’azione. Una parte della recitazione di base, al di là dei numeri d’assieme più spericolati, risultava legnosa e poco provata; e nella seconda metà c’erano delle lungaggini, mentre la trama correva verso la conclusione e l’elenco dei numeri musicali aveva ancora parecchia strada da fare. Detto questo, nella compagnia e nella produzione c’erano molti punti di forza ineccepibili che vanno segnalati. Vocalmente il livello era alto, sia tra i protagonisti sia nel coro; e tutti i numeri di coro e balletto, insieme ai molti momenti di elaborata comicità, erano coreografati con precisione e talvolta davvero divertenti. È stato bello vedere tutti esprimere tanta gioia e sicurezza in un materiale così raro.

Per me, quattro interpretazioni hanno spiccato. La resa di Eleni nel ruolo del titolo era molto partecipe e tecnicamente assai più solida della sua Musetta della settimana scorsa, con passaggi di agilità delicati, un ottimo registro acuto sicuro e solo un accenno di pressione sulle note alte tenute. Anche come attrice ha convinto, passando con naturalezza dall’impaccio alla sicurezza nel corso della serata. Come partner, Saklatvala ha cantato con eccellente chiarezza timbrica e definizione verbale, ma era sottotono nella recitazione; mentre Leon Berger si è divertito moltissimo nei panni dell’indignato e indignante patriarca paternalista, Hor Hor. Per certi versi, anche in questa nuova versione, Hor Hor è il ruolo centrale e più interessante: nella sua persona unisce qualcosa di Rigoletto, Osmin e Falstaff, e Berger ha reso tutti questi elementi con cura musicale e caratterizzazione scenica. Una menzione speciale va a Katie Grosset, nel ruolo di soprano “giovane protagonista” di Shoushan: ha affrontato la sua aria principale nella seconda metà con vero brio e ha danzato con grazia misurata per tutta la serata.

La serata è stata notevole per aver riportato in vita un lavoro di autentica eleganza melodica e potenziale comico. L’impegno e la qualità complessiva della produzione fanno venire voglia di vedere la stessa compagnia in un allestimento completamente scenico in un teatro più grande – e presto.

Foto: Robert Workman Scopri di più su Grimeborn all’Arcola Theatre

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