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RECENSIONE: La Scelta di Horniman, Finborough Theatre ✭✭✭✭
Pubblicato su
6 ottobre 2015
Di
timhochstrasser
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Horniman's Choice
Finborough Theatre
28/09/15
4 stelle
Acquista i biglietti Il Finborough è uno spazio minuscolo, ma quando il materiale è quello giusto e gli interpreti sono in stato di grazia sa colpire davvero duro. È certamente il caso di Horniman’s Choice, l’ultima proposta di una stagione di spicco di testi che richiamano il centenario della Grande Guerra. Anzi, mi spingerei a dire che nessun teatro londinese ha offerto, nell’ultimo anno, un cartellone tanto costantemente gratificante su un tema così ampio. Peccato solo di non essere riuscito a vederne di più.
La “scelta” e chi sceglie del titolo non è il mercante di tè londinese che ha dato il nome a un bizzarro museo nel sud-est di Londra e che disapprovava profondamente il teatro. Qui si parla invece di Annie Horniman, sua figlia, soprannominata ‘Hornibags’, che dedicò energie e fortuna ereditata alla fondazione e al sostegno di teatri in Inghilterra e in Irlanda. Una delle diverse donne dominanti e poliedriche che fecero da musa a W.B. Yeats, è probabilmente nota soprattutto per aver fondato e finanziato l’Abbey Theatre di Dublino. Ma, a ben vedere, il suo finanziamento del Gaiety Theatre di Manchester negli anni prima e durante la Prima guerra mondiale fu all’epoca altrettanto influente. Non offrì soltanto un palcoscenico, ma una vera casa per i drammaturghi locali che volevano scrivere non «di Contesse e Duchesse e di una società che esiste nelle immaginazioni, ma dei loro amici e nemici – della vita reale». Niente Downton Abbey per lei: piuttosto le opere di Harold Brighouse, Stanley Houghton e Allan Monkhouse – di solito indicati come la ‘Scuola di Manchester’.
In programma ci sono quattro atti unici di durata più o meno equivalente. Pur con qualche passaggio un po’ legnoso e melodrammatico, nessuno è privo d’interesse e due sono risultati davvero notevoli. È un piacere raro sentire per tutta la serata un accento e un dialetto del Lancashire sostenuti così bene; e il fatto che, più o meno, la stessa scenografia funzioni per tutti non ha alcuna importanza quando ciò che conta sono i botta e risposta e lo sviluppo dei personaggi. Del resto, gli interni operai o piccolo-borghesi a cui si allude non richiedono differenziazioni sfarzose. La regista Anna Marsland tiene un buon ritmo e mostra un autentico rispetto per il materiale, lasciando che le storie emergano in modo naturale senza alcuna traccia di caricatura o esagerazione dickensiana. Lo stesso si può dire delle interpretazioni dell’intero cast: misurate, ben calibrate e attente.
Conosciamo Harold Brighouse soprattutto per quel vecchio cavallo di battaglia, Hobson’s Choice (1916), che continua a trovare nuovi interpreti ancora oggi. Qui è rappresentato da due testi, The Price of Coal e Lonesome Like, entrambi capaci di mostrare la sua abilità nel prendere i dati più cupi della vita operaia e nel creare personaggi con l’arguzia e la scintilla necessarie per reagire alla mano difficile che è stata loro assegnata.
Il primo dei due è il più prevedibile. Ambientato nel 1909, si regge su un doppio colpo di scena in sospeso: Mary Bradshaw (Hannah Edwards) accetterà la proposta del parente minatore Jack Tyldesley (Lewis Maiella)? E lui tornerà davvero, considerando i presagi di un disastro in miniera sognati e raccontati da sua madre Ellen (Ursula Mohan)? Ma dentro questa cornice un po’ troppo ingegnerizzata c’è una riflessione davvero bella sul costo umano del carbone, soprattutto per le donne, costrette ad aspettare impotenti a casa cercando di far quadrare i conti, persino quando accade un incidente e il desiderio naturale sarebbe quello di correre all’imbocco della miniera. Si trova un equilibrio efficace tra i danni fisici subiti dagli uomini e il trauma psicologico delle donne, senza scivolare mai in un facile pamphlet politico contro la necessità, allora, di estrarre carbone. Giustamente, come pubblico, siamo lasciati a soppesare da soli i diversi aspetti della questione.
Il secondo testo, invece, scelto per chiudere la serata, è un lavoro splendido e persino piuttosto audace. Anch’esso ambientato poco prima della guerra, si concentra sugli anni del declino di Sarah Ormerod (interpretata ancora da Mohan), che ha perso l’uso delle mani e non può più lavorare in filanda. In assenza di un vero stato sociale di cui parlare, quale alternativa le resta se non l’umiliazione del ricovero? Che giustizia c’è per chi ha fatto il proprio dovere, ha condotto una vita tranquilla e ora ha bisogno di aiuto?
In mani meno capaci potrebbe diventare una storia sdolcinata, ma la forza della scrittura e della recitazione porta a un risultato molto più fine. Anche qui siamo invitati a meditare, senza dogmi, su cosa dovrebbe accadere agli anziani e alle persone con disabilità che hanno lavorato lealmente per tutta la vita. La caratterizzazione ricca e stratificata di Mohan è piena di dignità ed eloquenza emotiva. Il dolore di Sarah nel lasciare la casa e quei pochi beni rimasti si accompagna al suo umorismo secco di fronte al destino e alla sua generosità verso gli altri, proprio quando ha così poco da donare. Il contrasto è potente con l’avarizia autoassolutoria del curato locale (Graham O’Mara), e la giovane vicina di casa (ancora Hannah Edwards) funge da coscienza dello spettatore, registrando il nostro sgomento per ciò che accade. Quando arriva un colpo di scena melodrammatico finale, questa volta lo accettiamo volentieri perché è pienamente guadagnato da ciò che lo precede e perché assume una forma socialmente audace, capace di mettere in discussione le convinzioni dell’epoca.
Il testo più debole è The Old Testament and the New di Houghton, forse perché oggi argomenti e presupposti ci risultano piuttosto lontani e la qualità della scrittura non basta a salvarlo da una certa implausibilità. L’azione ruota attorno a un devoto frequentatore della cappella che non riesce a perdonare la figlia per essere scappata a Londra con un uomo sposato. Mentre la moglie è molto più indulgente e l’uomo che avrebbe dovuto diventare suo genero ha a sua volta ingannato il padre, lui resta disperatamente combattuto dal ritorno della figlia e non riesce a vederla libera da una tradizionale prigione concettuale fatta di peccato e dannazione. Per quanto sia potente l’interpretazione di James Holmes nei panni del patriarca inflessibile e per quanto sia accuratamente calibrata l’isteria trattenuta di Jemma Churchill nel ruolo della moglie, l’impianto non riesce a risultare convincente. Tuttavia, il testo più intrigante di tutti è stato il dramma di Monkhouse Night Watches, l’unico a confrontarsi esplicitamente con la Grande Guerra in sé, più che con il suo periodo. Di recente abbiamo visto altri suoi lavori messi in scena all’Orange Tree Theatre e, da quanto si vede qui, ne vorremmo vedere di più. L’azione si sposta in un interno di altro tipo: un ospedale della Croce Rossa dove un inserviente (James Holmes) è di turno di notte – una corsia è tranquilla, ma due pazienti separati dagli altri diventano ingestibili, e uno è minacciato dall’apparente condizione di sordomuto dell’altro (indotta dal trauma di trincea). Il finale si risolve magnificamente con un piglio tragicomico che, in modo sorprendente, anticipa Beckett nella laconica flessibilità e nel tono scivoloso della scrittura. Holmes e i due soldati (di nuovo Maiella e O’Mara) sfruttano al massimo ottime occasioni.
Nel complesso, è una ripresa che merita davvero sostegno. La ricompensa sarà un eccellente lavoro d’insieme e una scrittura troppo a lungo trascurata, che potrete riscoprire con calma nei testi generosamente riportati nel programma di sala.
Horniman's Choice è in scena al Finborough Theatre fino al 13 ottobre 2015
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