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RECENSIONE: Island Song, Nursery Theatre ✭✭✭✭

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julianeaves

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Julian Eaves recensisce Island Song, un nuovo musical di Sam Carner e Derek Gregor al Nursery Theatre di Londra.

Island Song Nursery Theatre 12 aprile 2018 4 stelle Uno degli sviluppi più entusiasmanti di questo mese è senza dubbio l’arrivo, sulle nostre scene, di questo splendido song-cycle in stile revue, firmato dal brillantissimo duo americano Sam Carner (testi) e Derek Gregor (musiche).  Incredibilmente, nonostante le loro straordinarie capacità e i loro talenti, hanno dovuto affidarsi al sostegno di una compagnia relativamente poco conosciuta per farsi conoscere qui, e vanno quindi i complimenti agli attori-produttori Drou Constantinou e Abby Restall, fondatori dell’intraprendente Hidden Theatre Company, per aver reso possibile tutto questo.  La loro scelta è impeccabile.  Questo è uno dei nuovi spettacoli meglio scritti che vedremo quest’anno, anche se la sua prima apparizione è stata brevissima, con due date al Tristan Bates prima di una fulminea tenitura da giovedì a lunedì in questo nuovissimo spazio fringe nella City.  Non possiamo che sperare che qualcuno, con un po’ di buon senso, lo raccolga e ne faccia molto di più.  Se lo merita davvero. Constantinou e Restall avevano puntato lo spettacolo ben prima ancora di creare una compagnia per presentarlo: ne vennero a conoscenza mentre erano a New York e contattarono gli autori alla buona, senza immaginare davvero che avrebbero ottenuto i diritti per portarlo nel Regno Unito.  Ma la fortuna era dalla loro parte.  Non c’era nessun altro in lizza.  Con gli autori al loro fianco in stretta collaborazione, negli ultimi due anni hanno messo insieme una squadra capace di rendere giustizia al materiale.  Hanno aggiunto al gruppo un altro interprete, Joshua Wills, e poi hanno trovato il loro regista-coreografo in Christian Bullen, che ha reclutato gli ultimi due membri del cast: i promettenti nuovi volti Jack Anthony Smart e Stephanie Lyse, che non è mai stata così in forma e più di una volta sfiora il rischio di rubare la scena.  Un’altra scoperta preziosa è il nuovo MD, Ben David Papworth, che sa esattamente come calibrare il contenuto, straordinariamente vario, e guida il trio in scena completato dal basso Michael Dahl Rasmussen e dalle percussioni di Isis Dunthorne.  Con le luci curate da Gregory Jordan e poche casse multiuso come scenografia e costumi — suppongo — forniti dal cast, lo spettacolo è leggero, scattante e sembra pronto a viaggiare ovunque.  Forse non ha una grande patina produttiva, ma le compensazioni sono più che sufficienti. Il grande punto di forza del materiale sta nella qualità della scrittura.  E qui siamo al livello più alto.  In 90 minuti fluidissimi, sfrecciamo attraverso ben più di due dozzine di scene nella vita dei newyorkesi di oggi, che fanno tutte le classiche cose di NYC: si danno da fare e sgomitano, ambiscono e arrancano, litigano, dubitano, perdono e poi si ritrovano.  L’isola del titolo può significare, letteralmente, Manhattan, ma è anche il segno di molteplici luoghi metaforici: dove troviamo solitudine, isolamento, identità, rifugio e idillio, tutti presenti come tropi in questa guida sofisticata e complessa alla vita urbana contemporanea.  C’è molto, nella forma, che al pubblico britannico risulterà familiare grazie a lavori come Ordinary Days o I Love You, You're Perfect, Now Change: canzoni splendidamente scritte che raccontano storie inventive, intervallate da monologhi finemente cesellati o da qualche tratto di duetto parlato; ma la voce di Carner e Gregor è totalmente loro.  Sono intelligenti, spiritosi, tecnicamente impeccabili e pieni di passione, e ci portano in un viaggio magnifico attraverso le loro ossessioni e i loro amori.  Non c’è una sola parola o battuta musicale che non venga dal cuore; tutto suona autentico e parla anche alla Gran Bretagna di oggi con la stessa onestà e franchezza. In quest’ottica, il cast deve assumere una varietà di ruoli, ognuno con la propria storia affascinante da raccontare e un percorso speciale da seguire.  Constantinou colpisce nel ruolo di Jordan, la donna in carriera determinata (“I'll Take It all”) involontariamente attirata verso una quieta domesticità (“Tie Me Up”); Wills interpreta Will, il ragazzo silenzioso dall’ardore rumoroso (“Wall Lovin”) che la conquista; mentre Smart è il ragazzo di provincia che si è dato un anno per diventare attore (“No Room For Plan B”)... mentre fa il cameriere; Lyse è deliziosa nei panni della logorroica single perenne Shoshana, appassionata di “terapia in movimento” (“TMI”, un numero-cameo perfetto che dovrebbe stare nella cartella repertorio di ogni attrice di musical theatre); e Restall è lo zerbino romanticamente sentimentale che lotta con il proprio attaccamento a una storia senza speranza (la seducente e folkeggiante “So Far From Pennsylvania”).  Ognuno di loro si incrocia con gli altri in modi soddisfacentemente azzeccati, così fedeli alla casuale serendipità della vita cittadina, e i loro incontri involontari spesso producono cambiamenti profondi e duraturi.  Sempre filtrati attraverso l’ottica obliqua e peculiare delle vite dei personaggi, Carner e Gregor sembrano divertirsi più di tutto quando dichiarano: “Non è qui che ti ritrovi; è qui che devi sapere chi sei e aggrappartici con tutte le forze, qualunque cosa accada!” Riceviamo anche un trio di extra aggiuntivi, gli esilaranti fumati Stosh, Timo e Wallendia, le cui apparizioni punteggiano l’azione e sono perfette per aprire e dilatare la storia.  Il ritmo e la sequenza dei numeri sono sempre naturali e meravigliosamente elastici: Bullen sa far correre l’azione con frenesia scatenata, oppure può prendersela con languore quando il momento lo richiede.  I suoi tocchi coreografici spesso si sposano brillantemente con l’azione senza limitarsi a illustrarla; i gesti più elaborati emergono negli ensemble trascinanti (la sequenza iniziale di “Island Song” è uno dei migliori numeri d’apertura che abbia sentito in un nuovo musical da moltissimo tempo: la splendida vocalese ricorre periodicamente nello spettacolo e vi garantisco che vi resterà addosso — meravigliosamente — ben dopo il rientro a casa), ma riesce anche a cavare una grande emozione dagli eventi più minuscoli. Quando arriva il finale, lo fa con lo stesso senso del tempo che attraversa tutto il pezzo: nessun effetto dura più del necessario, ed è come se i personaggi consegnassero tutto a noi come un dono d’addio, permettendoci di andare e sentirci in armonia con le nostre isole, ovunque esse siano.  Beatitudine.

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