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NOTIZIE

RECENSIONE: Judy!, Arts Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Judy!

Arts Theatre

27 maggio 2017

3 stelle

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Se c’è mai stato un caso in cui uno spettacolo viene completamente trasformato dalla scelta della sede, è proprio questo. Questa biografia originale di Judy Garland, un progetto nato per passione dal fondatore e direttore della compagnia, Ray Rackham, è iniziata come un piccolo spettacolo fringe nel vecchio spazio da 60 posti del London Theatre Workshop sopra il pub The Eel Brook, sulla New King’s Road; lì era coinvolgente e sorprendente, con il suo racconto che si incrociava tra tre diversi filoni narrativi, ciascuno affidato a un’attrice diversa nel ruolo principale, e con attori-musicisti che accompagnavano sé stessi e gli altri su un set composto da cianfrusaglie e memorabilia da showbiz. Poi, forte del successo, la produzione – rielaborata con energia – si è trasferita nel più ampio spazio da 240 posti del Southwark Playhouse, in una configurazione a palco sporgente, con il pubblico di nuovo partecipe e emotivamente all’unisono con i destini centrali della protagonista. La produzione ha attirato grande attenzione e recensioni entusiaste. Sembrava che nulla potesse fermarla.

E ora, anche se poche produzioni viste al Southwark Playhouse – persino quelle di grandissimo successo – fanno questo passo, lo spettacolo compie un ulteriore trasferimento nel West End, stabilendosi all’Arts Theatre (350 posti). Rackham cura anche la produzione, con Michelle Hutchings, e in collaborazione con Julie Clare, che è anche

General Manager. Lo spettacolo ha subito un’ulteriore rielaborazione, grazie alla dramaturg Carolyn Scott Jeffs, e ha ottenuto un nuovo impianto scenografico firmato da Tom Paris, che tuttavia conserva gran parte dell’intento originale della messinscena: offrire uno spazio da studio “generico” in cui i diversi periodi e luoghi richiesti dal testo possano essere evocati con rapidità e flessibilità. Quasi tutto il cast originale è rimasto con lo spettacolo lungo questo viaggio, e qui ripropone interpretazioni che avevano raccolto ampi consensi su Newington Causeway. Lo spettacolo dovrebbe ancora procedere a pieno regime: le interpretazioni, soprattutto i numeri musicali, spingono il pubblico a desiderarlo. Helen Sheals, Belinda Wollaston e Lucy Penrose (e, il giorno in cui ho assistito io, l’understudy Millie Hobday, promossa all’ultimo momento dal suo incarico di Costume Designer e Supervisor per l’indisposizione di Miss Wollaston) offrono versioni ben osservate e finemente cesellate dei brani di successo del repertorio di Garland. Ma qualcosa, a quanto pare, ha ostacolato la vecchia magia. Ho visto lo spettacolo due volte e credo di sapere cos’è.

È l’arco di proscenio. L’effetto sulla ricezione del testo, dovuto al riposizionamento fisico della performance rispetto al pubblico, è drammatico e definitivo. Dal punto di vista degli spettatori, ora sediamo in una sala oscurata, separati dall’azione illuminata; ora “osserviamo” con distacco gli eventi che si svolgono dall’altra parte del proscenio, senza sentirci minimamente coinvolti come quando condividevamo la stessa stanza a Chelsea, o circondavamo il cast come a Southwark. Perché? Ci sono forse tre ragioni principali: lo stile recitativo; la natura della regia; e la struttura del copione.

Gran parte della recitazione resta molto simile a quella delle sedi precedenti. Non “arriva” verso di noi, al contrario dell’esecuzione dei grandi numeri musicali, che vengono ancora proposti con l’energia e la vivacità tipiche di Garland, con il suo innato senso dello spettacolo e il suo bisogno urgente di piacere al pubblico. Invece, sembra di origliare conversazioni, più che esserne trascinati dentro. Qualcuno potrebbe sostenere che non dovrebbe importare – che sia possibile avere una produzione in cui il testo fa una cosa e i numeri musicali un’altra: ma la prova del nove è sempre in scena, e in questo momento i passaggi dialogati risultano molto più smorzati di quanto non fossero. È un dato di fatto. Le battute non arrivano come prima, perché sembrano condivise tra gli attori in scena e non con il pubblico, e non riusciamo a “tenerci” ai personaggi con lo stesso tipo di immediatezza emotiva che i numeri musicali continuano invece a proclamare. In altre parole, perdiamo il contatto con il motivo centrale per cui, ancora oggi, sentiamo che Judy Garland conta. L’appello emotivo diretto era la sua raison d’être. È il motivo per cui questo spettacolo è stato scritto e viene prodotto, ed è il motivo per cui siamo venuti a teatro.

Poi c’è la natura della regia. Qui, come in precedenza, firmata dallo stesso Rackham, la regia è un altro fattore che potrebbe limitare la “portata” della produzione. Per superare la barriera di un arco di proscenio bisogna aiutare molto gli attori, disponendo con precisione incredibile movimenti, posizioni, luci e tutti gli altri elementi dell’allestimento, con una selezione accuratissima e un’esecuzione impeccabile. Quando lo sguardo del pubblico è così focalizzato su una sola prospettiva, vedendo tutta l’azione frontalmente, ogni singolo elemento della performance viene compreso e recepito in modo completamente diverso rispetto a quando lo si vede “in tondo”. Rackham, ne sono certo, ritiene di aver fatto tutto il possibile per compiere questo aggiustamento, ma, in questa occasione, non posso fare a meno di pensare che forse le cose sarebbero andate diversamente se fosse stato coinvolto uno sguardo totalmente nuovo, più esperto nel presentare musical nel West End, capace di operare una reinterpretazione complessiva dello spettacolo per circostanze così diverse.

Infine, il copione. Il punto centrale del “book” di questo show è che non è lineare. È affascinante quando il pubblico si trova nello stesso spazio in cui tutto accade, o ne è avvolto. Qui, invece, quando ne scrutiamo lo svolgimento da lontano, non possiamo non notare l’enorme divario stilistico tra il testo e i numeri musicali che ne costituiscono il cuore. Quelle canzoni, i successi famosi che hanno creato la leggenda della protagonista, sono quasi senza eccezione mini-narrazioni altamente lineari della “golden age” della commedia musicale americana. Nel mondo ritagliato e da scrapbook del copione, risultano un po’ strane e sembrano trascinare il pubblico in una direzione completamente opposta rispetto a quella del testo. Ci sono occasionali momenti di mash-up o di montaggio, ma in generale copione e partitura lavorano in direzioni estetiche incrociate, e questo viene messo in risalto in modo netto dal punto di vista implacabile che gli spettatori sono chiamati ad adottare.

Così, attraverso una combinazione di stile interpretativo, regia e copione, il pubblico, suo malgrado, è costretto a “giudicare” questo spettacolo, anche quando ogni istinto vorrebbe abbandonarsi al coinvolgimento emotivo per l’amore e l’umanità della figura centrale. Si può apprezzare – intellettualmente – la storia che viene raccontata, ma è difficile lasciarle davvero andare il cuore. Chi arriva allo spettacolo per la prima volta riferisce reazioni simili; qui si parla soprattutto alla testa, non tanto ai sentimenti. È vero, alcuni si commuovono ancora fino alle lacrime – per le canzoni – ma non ho sentito persone dire lo stesso del “personaggio” o di ciò che le accade, e ancor meno di ciò che lei fa davvero per sé stessa. Se questa è l’intenzione deliberata dei creatori dello spettacolo, posso solo dire che è sorprendente, considerando lo stile di canto estremamente emotivo per cui Judy Garland è famosa, e che qui viene ricreato con tale vividezza.

Il proscenio ci ricorda che questo è, più di ogni altra cosa, un testo di prosa. Ci sono alcune scene lunghe di dialogo senza musica, e quando arriva il momento del canto, tutte le canzoni sono affidate solo alle tre protagoniste. Beh, non è del tutto vero: di tanto in tanto, il resto del cast è chiamato a fornire armonie. Il cast fa anche musica, con una serie di strumenti tenuti sempre in vista sul palco; nelle repliche precedenti non sembrava importare, ma qui può risultare un po’ strano, soprattutto nei momenti in cui non sono necessari e devono restare seduti o in piedi accanto agli strumenti, talvolta per lunghissimi periodi. Non è chiarissimo il perché. Gli arrangiamenti di Simon Holt suonano ancora splendidi, quindi non dovremmo trovarlo destabilizzante.

Eppure, il “linguaggio” della produzione rimane piuttosto misterioso, quasi ermetico: per esempio, perché ci sono tre Judy diverse e perché a volte abitano lo stesso spazio e – in certe occasioni – cantano persino insieme? Prima non sembrava richiedere spiegazioni, ma ora, in qualche modo, sì. E poi perché un attore – Harry Anton – interpreta sia il giovane sia il vecchio Sid Luft, quasi fossero due persone completamente diverse, mentre Amanda Bailey e Joe Shefer, che interpretano i genitori di Garland, Ethel e Frank Gumm, restano bloccati in un’unica fascia temporale? Queste incoerenze temporali, che prima sembravano così affascinanti, ora tendono a confondere. Perché? Le coreografie di Chris Whittaker danno un graditissimo “slancio” a una manciata di numeri musicali, ma la stragrande maggioranza di chi è in scena non ne viene toccata, restando immobile o camminando mentre una, due o tre attrici ballano: cosa che – per uno spettacolo del West End che si gioca il nome di una delle più grandi star canto-e-ballo del secolo scorso – può sembrare un po’ eccentrica. C’è un cast numeroso, con anche Tom Elliot Reade nel ruolo di Roger Edens, Don Cotter come L B Mayer, Perry Meadowcroft come George Schlatter e Chris McGuigan come Norman Jewison, e persino una band aggiuntiva di quattro elementi, tenuta per lo più in quinta. Ma tutte queste risorse sembrano sfruttate poco. Di nuovo, ci si chiede: perché? Lo sguardo analitico imposto dal proscenio finisce per forzare queste domande, alle quali la produzione non offre risposte immediatamente disponibili. Di fronte a un mistero, pericolosamente, il pubblico comincia a cercare di risolverlo da solo.

Così, quando l’Hunt Stromberg Jr di Christopher Dickens cerca con tanta urgenza di far sì che Judy si adegui alle richieste della rete CBS per il suo show televisivo, il pubblico inizia a ricostruire mentalmente una traiettoria che lo spettacolo potrebbe prendere: è questo il “traguardo” che la protagonista deve raggiungere? Oppure, quando la Judith Kramer di Carmella Brown dichiara che fuori dal trailer di Judy, nello studio, è stata dipinta una yellow brick road, dobbiamo forse aspettarci che lo spettacolo ci porti lungo quella strada, per tornare a Oz? In un certo senso, è ciò che il copione fa – depositandoci infine in una resa piena e potente di “Over the Rainbow”, con tanto delle celebri nuvole gonfie e del cielo spalancato della sequenza iniziale de “Il mago di Oz” (l’unico girato “reale” dell’intero film, che per il resto – come questo spettacolo – è una costruzione interamente da studio). Ma, lungo quella strada, moltissime altre cose che accadono nello show sono molto difficili da razionalizzare. E c’è una forte pressione naturalistica nello spettacolo (ascolti TV, sondaggi d’opinione, report di focus group, analisi scientifiche, e così via) che inevitabilmente ci spinge a voler essere razionali.

Resta da vedere che cosa questo farà – o non farà – al pubblico dell’Arts. Credo valga la pena darci un’occhiata, ma ha smesso di sprigionare la magia che aveva un tempo.

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