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RECENSIONE: Lesere, Teatro Jermyn Street ✭✭
Pubblicato su
17 luglio 2015
Di
timhochstrasser
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Lesere
Jermyn Street Theatre
14/07/15
2 stelle
Il Jermyn Street Theatre è uno spazio intimo, particolarmente adatto alla messa in scena di thriller, e ora per di più dotato di aria condizionata; così, in questi mesi estivi, la claustrofobia e il senso di costrizione possono restare confinati alla sfera psicologica anziché a quella fisica. Fino ad agosto ospita Lesere, un nuovo testo di Ashley G Holloway, diviso in due atti, allestito in tondo e con tre interpreti.
Si apre su un interno spoglio che richiama gli anni Venti, con delle liane che sembrano crescere rigogliose tra le americane. Jane (Cassandra Thomas) e John (Leon Williams) sono una coppia sposata che vive con parsimonia nella campagna francese dopo la Prima guerra mondiale. I primi scambi sono leggeri e domestici, ma quando ciascuno di loro esce di scena viene colto da brividi, mal di testa e altri sintomi fisici inquietanti, evocativi di un recente trauma psicologico. È evidente che sarà un testo in cui i ricordi della guerra incombono, e in cui si aprirà sempre di più una distanza tra le superfici educate e le memorie personali più oscure. Per quanto la coppia sembri trarre piacere e liberazione nei rituali della vita agricola e – per Jane – nella scrittura di poesie, c’è una corrente sotterranea di rimozione e di fuga in questo idillio, sottolineata in modo letterale da sinistri effetti sonori che ricordano il lontano fuoco dell’artiglieria. Scopriamo che Jane proviene da una famiglia benestante, ma ha prestato servizio come infermiera sul fronte occidentale, e che John era un ufficiale dell’esercito alla Somme, dove fu fatto prigioniero.
In questo scenario, e nel corso di una sola giornata, irrompe un terzo elemento misterioso: l’intruso George Darbridge (Richard Atwill). Entra barcollando in casa in abito da sera completo, con una mano ferita che chiede a Jane di fasciare. Si scopre che alloggia in una locanda nei dintorni mentre fa ricerche per un romanzo, e che anche lui ha esperienze di guerra che preferirebbe dimenticare, oltre a una moglie francese morta di recente nell’epidemia di influenza spagnola. Ha un modo di fare pressante: comincia a interrogare Jane sul suo passato e sulla carriera militare di John, e al tempo stesso a insinuare dubbi sull’integrità e l’onestà della loro relazione. Alla fine della scena riesce a portarsi via il diario privato di poesie di Jane, che gli fornisce abbastanza materiale per ripetere lo stesso gioco di semina del dubbio quando torna più tardi per presentarsi a John. All’intervallo ha conquistato un tale ascendente sulla coppia da costringerli a vestirsi a festa per una cena farsa nella loro stessa casa, in cui ogni portata diventerà un esercizio di confessione stabilito da lui. Questo schema governa la seconda parte: ogni “portata”, accompagnata dai vini più pregiati, si trasforma in una sequenza di rivelazioni sempre più sconfortanti, che ci costringono a ripensare completamente ciò che crediamo di aver appreso e osservato della coppia al centro del dramma.
Nel complesso, il testo è piuttosto istruttivo su come si costruisce la suspense teatrale, ma non sempre in un modo che faccia onore all’autore. Holloway scrive nel programma di sala che «se vuoi davvero illuminare qualcosa, mettila prima al buio». Se intende che l’effetto delle rivelazioni finali in un thriller dipende soprattutto da come vengono predisposti i temi e dal gioco di depistaggio con le aspettative del pubblico, chi potrebbe dissentire? Ma qui questo disegno non viene davvero realizzato. In una sceneggiatura alla Hitchcock, per esempio, o in un classico come Sleuth, il pubblico non si rende conto fino a che punto grandi assunti e salti di comprensione siano mascherati dai piccoli passaggi che accettiamo come normali: la vera abilità sta nel trascinare lo spettatore, poco a poco e con il suo consenso, nei grovigli della trama attraverso una miriade di plausibilità in scala minore. E, cosa decisiva, qui questo manca in larga parte. Nella prima metà George è semplicemente troppo maleducato, grossolanamente insensibile e rozzo nelle sue tecniche di insinuazione per risultare credibile. È difficile immaginare che una qualunque coppia, persino una così convenzionalmente passiva e gentilmente inglese come questa, avrebbe offerto ospitalità a un prepotente tanto tronfio; o che non avrebbe confrontato le impressioni tra una visita e l’altra smascherandone le pretese. Di conseguenza la prima parte non convince, e le rivelazioni successive, per quanto ben recitate, non riescono a produrre lo shock previsto. La possibilità di danni alla personalità dovuti alla guerra viene segnalata troppo spesso e troppo presto per sorprenderci, e George non è persuasivo come una sorta di angelo vendicatore della giustizia, la cui condotta possa essere giustificata al servizio di una verità superiore. Il testo strizza spesso l’occhio a An Inspector Calls di J.B. Priestley, senza però mostrarne l’artigianato teatrale di quel vecchio cavallo di battaglia.
Il cast lavora sodo, forse fin troppo, con questo materiale. Sia Thomas sia Williams compiono un percorso che va dalla commedia di costume levigata all’aspro e logorante confronto emotivo. Qui l’abilità sta nel lasciare che le crepe nella facciata emergano molto gradualmente, e entrambi sono abili in questo. Quando le scene finali offrono loro la possibilità di lasciarsi davvero andare e aprirsi alle verità emotive del passato che hanno cercato di reprimere, colgono l’occasione con slancio. Tuttavia, non è colpa loro se tutto questo arriva più come un successo tecnico che come un’esperienza realmente emotiva per il pubblico. Sono stati fin troppo accondiscendenti di fronte a situazioni socialmente implausibili per ottenere, alla fine, la ricompensa in termini di fiducia ed empatia degli spettatori. Atwill ha un compito ancora più arduo in un ruolo che è in parte Mefistofele e in parte l’ispettore Goole. Porta molta energia e dinamismo fisico al personaggio di George, ma il testo non gli conferisce davvero il diritto di scoperchiare, uno dopo l’altro, «un grosso segugio bavoso di memoria». Sembra e si comporta come un personaggio saltato giù dal manifesto di un melodramma vittoriano, e non riusciamo a interessarci né a lui né alla causa di verità che pretende di sostenere.
Per quanto riguarda luci, scenografia, costumi, suono e design, il team creativo guidato dal regista Donnacadh O’Briain svolge un lavoro molto solido, al pari del cast. Ma la professionalità della produzione non può compensare il fatto che un’idea e una situazione interessanti non trovino, nella scrittura, una realizzazione convincente e sostenuta.
Lesere è in scena al Jermyn Street Theatre fino al 1° agosto 2015
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