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NOTIZIE

RECENSIONE: Pene d'amor perdute, Royal Shakespeare Company ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Pene d’amor perdute. Foto: Alastair Muir Pene d’amor perdute

Royal Shakespeare Theatre

15 novembre 2014

4 stelle

Credo si possa dire senza rischi che il design delizioso e di una bellezza assoluta firmato da Simon Higlett per la produzione di Pene d’amor perdute di Shakespeare diretta da Christopher Luscombe, in scena al Royal Shakespeare Theatre di Stratford-upon-Avon, sia la combinazione più ambiziosa, evocativa e riuscita di scenografie e costumi vista da quando il teatro ristrutturato ha riaperto. È un trionfo visivo e offre l’ambiente perfetto al testo.

Ispirata al reale Charlecote Park (dove, in secoli diversi, sia Dame Judi Dench sia Shakespeare furono coinvolti in accuse di bracconaggio di cervi), la scenografia sfrutta un enorme carro mobile, una botola che permette a un magnifico tetto decorativo di emergere dal sottopalco e due imponenti torri d’ingresso; c’è una biblioteca splendida e un bellissimo prato all’inglese, oltre ad altre delizie. Insieme ai costumi sontuosi, l’effetto complessivo è glorioso: un’estate inglese che sfuma, arrivata da un tempo lontano.

Parte dell’astuzia sta nel fatto che questa scenografia viene usata anche nella produzione di Molto rumore per nulla di Luscombe, che Gregory Doran ha ribattezzato Pene d’amor vinte per questa stagione della RSC: presumibilmente, dunque, con un budget doppio rispetto a uno spettacolo “a sé”. Ciononostante, è un trionfo assoluto di design: perizia, ingegno e praticità in perfetta armonia.

Pene d’amor perdute viene spesso paragonato sfavorevolmente a Molto rumore per nulla, ma non è mai stato facile capire il perché. Entrambi presentano due coppie centrali che si punzecchiano e si scontrano, entrambi fanno leva su uno scambio verbale tagliente tra una di queste coppie, entrambi sono pieni di fraintendimenti e di promesse infrante e, in entrambi, c’è una sottotrama con un bizzarro personaggio maschile che persegue i propri fini. Uno finisce più “felicemente”, in senso convenzionale, dell’altro, ma il suggerimento è già nel titolo: Pene d’amor perdute. Anche allora, però, le pene non sono perdute, soltanto rimandate, almeno in teoria.

Vista così, la decisione di Doran di ribattezzare Molto rumore per nulla ha senso. I due testi hanno forti somiglianze ma esiti diversi: sembra un abbinamento naturale. E se l’“intervento” si limitasse a questo, ci sarebbe ben poco di cui lamentarsi.

Ma Luscombe sembra poco disposto a lasciare che sia il testo a fare il lavoro, imponendo al pezzo una sensibilità da operetta che all’inizio appare insolita ma graziosa, per poi, nel secondo atto, diventare eccessivamente leziosa, un po’ autolesionista e del tutto incongrua. E poi, in modo goffo e davvero contrario allo spirito del finale shakespeariano, i quattro corteggiatori (il Re di Navarra e i suoi compagni di studi) appaiono in uniforme, salutano le loro dame e gli amici e partono per la Prima guerra mondiale — e una probabile morte. È chiaro che l’inserimento del motivo bellico serve a sostenere l’impianto complessivo della stagione, con un titolo ambientato prima della guerra e l’altro dopo; ma risulta più macchinoso e più stridente di uno dei mal congegnati motti di Don Armado.

Per fortuna, sotto molti altri aspetti, la produzione è benedetta da una recitazione solida, tempi impeccabili e un senso di stile, malizia e spavalderia che ne esalta i picchi. Molto rumore per nulla è spesso descritto come l’apice del duello verbale shakespeariano, ma, a ben vedere, quell’onore spetta a Pene d’amor perdute. Praticamente tutti cercano di battere tutti gli altri con un arsenale di battute, giochi di parole e parentesi ammiccanti e, felicemente, Luscombe cerca di sfruttare al massimo questa ricchezza.

Di gran lunga la più splendida in questo botta e risposta pungente è Michelle Terry, la cui Rosaline scintilla e taglia come il diamante sfaccettato che dovrebbe essere. Terry è dotata e raffinata: ogni affondo verbale è calibrato alla perfezione ed è un piacere ascoltarla. Affronta i passaggi rapidi con consumata facilità, è la compagna ideale delle sue “sorelle” nel corteggiamento e, con impeccabile precisione, fa inciampare e barcollare Berowne, l’ardente ammiratore, intrappolandolo con la sua lingua. Guardare Terry è una gioia assoluta.

Sam Alexander è magnifico come Re di Navarra: leggermente pomposo, un po’ tonto, ma irresistibilmente affascinante. Ha un’espressione da cucciolo smarrito nella nebbia che conquista e, al tempo stesso, sa produrre una risolutezza d’acciaio in un attimo. È un’interpretazione regale convincente, un piacere da vedere e ascoltare: la sua prova è intrisa di gioia e slancio. Si è buttato nella danza “moscovita” (quando lui e i suoi compagni cercano di fare uno scherzo alle loro amate) con un’energia contagiosa e totale. Davvero impressionante.

Nei panni della Principessa di Francia, Leah Whitaker è eleganza e portamento incarnati. Una certa alterigia, lieve ed effimera, pervade ogni gesto e ogni frase, e si avverte che è al tempo stesso viziata e precisissima. Entra nello spirito “da ragazze” delle macchinazioni con un entusiasmo da giocatrice di hockey, ma mantiene costantemente una distanza dai suoi sudditi, proprio come fa il Re di Alexander. Sembrano un abbinamento perfetto. Quando arriva la notizia della morte del padre, Whitaker è impeccabile: rende alla perfezione il senso della perdita personale, del dovere verso il proprio paese e verso il padre defunto e, con dolcezza ma fermezza, rifiuta la mano di Alexander finché non sia trascorso il periodo di lutto di 12 mesi. È un momento devastante, misurato con grande sensibilità.

Berowne è il ruolo che molti sospettano Shakespeare abbia scritto per sé, ed è un dono: una combinazione meravigliosa di scambi rapidi e spiritosi, un po’ di buffoneria dichiarata, battute fulminanti, monologhi incantevoli e poetici e momenti di chiarezza mozzafiato sulla condizione umana. Edward Bennett è un buon Berowne: la sua limpidezza e sicurezza fanno vorticare i passaggi rapidi con divertimento, e la padronanza della lingua e della tecnica assicura che i suoi discorsi — soprattutto quello che mira a infiammare i compagni alla fine del primo atto — siano esaltanti, ispirati e davvero bellissimi. Ma potrebbe essere più malizioso, più sicuro, più determinato circa le proprie capacità e il proprio valore: è da quel senso di sé che si può estrarre molta comicità.

Don Armado può essere un ruolo sfiancante: richiede un vero attore comico, con tecnica precisa e un vivace senso dell’autoironia. Ci sono molte battute sciocche e giochi di parole di seconda mano da far funzionare, e John Hodgkinson fa un lavoro superbo come questo clown dall’accento strampalato. Riceve un aiuto particolarmente splendido dal Moth di Peter McGovern, un fattorino sveglio come un fuso, con prontezza di spirito, un’indole solare e una bella voce nel canto. McGovern dà energia a ogni scena in cui entra e il suo Moth è perfetto, ronzando attorno alla fiamma del bislacco Don Armado.

David Horovitch è davvero magnifico come il maestro Holofernes, insieme secco, logorroico e pretenzioso; Jamie Newall fa di Boyet un ambasciatore “dipendente dallo champagne” di enorme grazia e stile; Tunji Kasim è delizioso come Dumaine, ossessionato dagli orsacchiotti (un divertito cenno a Brideshead Revisited), capace di strillare con la stessa facilità con cui sa corteggiare; e Roderick Smith consegna la cattiva notizia sul padre della Principessa con cupa precisione.

Nick Haverson (Costard) ed Emma Manton (Jacquenetta) si impegnano forse un filo troppo nei loro caratteri rustici “di repertorio”; e certo non li aiuta la finta follia da Gilbert and Sullivan che Luscombe ha incollato alle vicende. Per il resto, il cast qui riunito è in buona forma e contribuisce a dare allo spettacolo un senso complessivo di gioia coerente.

Nigel Hess offre una piacevole musica di scena, ma nessuna delle messe in musica delle canzoni che Shakespeare ha scritto per lo spettacolo va oltre il grazioso divertissement. Oliver Fenwick illumina tutto con grande perizia, facendo scintillare scene e costumi, e ci sono tableaux davvero ipnotici che coinvolgono i quattro gruppi di innamorati. Il talento profuso nel far apparire questa produzione così splendida è in abbondanza.

C’è tantissimo da apprezzare e da godersi. Luscombe ha messo insieme per questo progetto un cast e una squadra esemplari. Una maggiore concentrazione sul testo, però, invece che la deviazione nell’operetta, avrebbe portato a risultati migliori. Ma, senza dubbio, quando qui finiscono gli inchini finali, viene voglia di rivedere questa compagnia nel pezzo “compagno”, Pene d’amor vinte.

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