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NOTIZIE

RECENSIONE: Muted, The Bunker ✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Tori Allen-Martin e David Leopold in Muted Muted

The Bunker

Domenica 11 dicembre

3 stelle

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Questo affascinante nuovo lavoro di music theatre ha una storia lunga e complessa. Si è manifestato per la prima volta come ‘After The Turn’ al Courtyard Theatre nel 2012 – dove Mark Shenton lo salutò come «il ‘Rent’ britannico». Dopo molte riscritture da parte della drammaturga Sarah Henley e dei songwriter Tori Allen-Martin e Tim Prottey-Jones, l’ho incontrato per la prima volta all’inizio di quest’anno alla Actors’ Church di Covent Garden, dove è stato presentato – con grande efficacia – in forma di concerto con un solidissimo cast del West End. Il regista Jamie Jackson ha saputo valorizzare al massimo il materiale musicale, utilizzando una straordinaria session band sistemata nella sagrestia, i cui suoni venivano convogliati nell’«auditorium», dove i numeri erano davvero “serviti” con un’energia e un’eccitazione formidabili; il direttore musicale Simon Lambert ha coordinato con controllo e brio l’azione sui gradini del presbiterio con ciò che la band stava facendo in un angolo remoto dell’edificio. È stato davvero un evento elettrizzante.

Gli autori sembrano aver trovato una miniera di energia e vitalità in una storia di tragedia quotidiana, del tipo che riempie ogni giorno le pagine dell’Evening Standard. Un racconto doloroso di persone intrappolate dal destino e dalla sfortuna, ma instancabili nella determinazione a resistere. Anche se sul palco accadeva ben poco, ciò che avevamo – espresso alla perfezione in chiesa – era una sorta di oratorio urbano contemporaneo: ambizioso nella visione creativa e meravigliosamente seducente nell’espressione musicale.

Helen Hobson in Muted

Che bello, dunque, vedere l’intraprendente nuovo ‘The Bunker’ (il rifugio sotterraneo del teatro d’avanguardia e più audace accanto al Menier) prenderlo in carico come prossima proposta, occupando il spesso redditizio periodo festivo tra Natale e Capodanno. Le aspettative sono certamente alte per questa giovane “leonessa”. È in cartellone per un mese di repliche fitte. Stephen Fry ha definito lo spettacolo «stunning», e quando si entra in sala il fiato viene davvero tolto dalla scenografia di Sarah Beaton: un minaccioso black box, ammonito da un triangolo rovesciato di luce bianca (luci di Zoe Spurr) che brilla in modo inquietante dietro un’altalena centrale sospesa sopra una vasca nera geometrica incassata nella pedana nera del palco rialzato. È magnifico e una dichiarazione visiva che non si dimentica facilmente.

Ma che cosa c’entra tutto questo con la storia? È meno chiaro. È un po’ come un enigma che viene affidato al pubblico da decifrare nelle successive due ore e mezza. Una messa in scena così astratta è una soluzione audacemente radicale per un testo scritto con il tipico naturalismo disinvolto di Sarah Henley. In effetti, uno degli attori che interpreta il protagonista, Michael, è Edd Campbell-Bird, che abbiamo visto l’ultima volta alle prese con una scenografia simile (completa di elemento d’acqua) nell’‘Adding Machine’ al Finborough, schiettamente espressionista: un promemoria pertinente di come le scelte di regia possano avvicinare pubblico e storia. Non si può fare a meno di chiedersi se questo concept scenico stia ottenendo lo stesso risultato, oppure producendo un altro effetto. I costumi qui sono del tutto realistici. Le luci no. Alcune produzioni in black box funzionano in modo brillante (nessuno che l’abbia visto dimenticherà mai il ‘Macbeth’ di Trevor Nunn con Judi Dench e Ian McKellan, ecc.). La domanda è: ‘Muted’ è quel tipo di spettacolo?

Mark Hawkins in Muted.

In generale, il nero è un colore che tende a prosciugare l’energia di una produzione, a meno che non gli si somministri un antidoto: lo spazio nero di ‘A Chorus Line’, per esempio, veniva acceso in modo incandescente dalla potenza abbagliante delle luci di un grande teatro e da quel magnifico fondale di specchi – e da un libretto e una partitura inesauribilmente ottimisti e trascinanti. Era una batteria di effetti da tam-tam, contro cui Interval Productions sembra opporre un piccolo triangolo. Qui, prendendo spunto dalla direzione musicale di Adam Gerber, finemente calibrata, e dagli arrangiamenti per una rock band superbamente disciplinata – Gus Isidore alla chitarra, Greg Pringle al basso e Stephen Street alla batteria. Gerber compone anche musiche di raccordo e, per tutta la durata, mantiene contorni musicali gentili, quasi esili, nel sound design di Max Perryment. Il canto è misurato e riflessivo; solo la parte di Lauren sembra far spiccare il volo alla musica, creando un effetto piacevole. Altrove prevale un tono serio: l’atteggiamento è di una sincerità zelante e l’esecuzione a volte risulta quasi rigida nella sua formalità. Questo si estende a ogni angolo della produzione, che finisce per somigliare a un straordinario giardino zen giapponese, che al posto delle pietre è pieno di sculture umane che non possono mai essere viste tutte da un unico punto di osservazione.

Interval Productions ha 100 posti da riempire, sette spettacoli a settimana, per un mese, e alla recita a cui ho assistito circa un terzo dei posti era occupato. La compagnia crede in quello che fa, e così molte altre persone: la loro campagna Kickstarter ha raccolto senza difficoltà le 10.000 sterline richieste. Tuttavia servono altri fondi, quindi, se questi iconoclasti vi entusiasmano, inviate pure un assegno. Il percorso verso un nuovo teatro musicale può essere insidioso. Di recente, al LOST Theatre una produzione altrettanto severamente configurata (‘Fables for a Boy’) è rimasta in scena per qualche settimana e ha faticato a trovare pubblico. Persino il National, con ‘The Pacifist’s Guide to the War on Cancer’, ha dovuto lottare in salita per conquistare cuori e menti con uno spettacolo per lo più molto più allegro di quello che vediamo qui. Ammiro e rispetto enormemente la determinazione artistica che questi progetti richiedono; ma penso anche agli spettatori che fanno fatica a “entrarci” e potrebbero uscirne pensando: «Che deprimente».

 

David Leopold e Edd Campbell-Bird in Muted

Per il resto, in scena troviamo molti interpreti di altissimo livello. È un piacere rivedere, nel ruolo del personaggio centrale silenzioso, Michael – l’ex fidanzato straziato dal dolore – David Leopold (che alcuni ricorderanno dall’intenso chamber musical ‘The Burnt Part Boys’). Poi c’è la tensione composta e i movimenti felini del suo “sostituto”, Jake, il nuovo fidanzato geloso, interpretato da Jos Slovick (che io avevo visto l’ultima volta aggirarsi sul palco del Theatre Royal Haymarket in ‘Bad Jews’). C’è anche l’eleganza logorroica del sorprendentemente middle-class e economicamente affermato Mark Hawkins nei panni dello zio giovane dell’eroe silenzioso, Will. E poi le collaudate qualità da West End di Helen Hobson, qui messe bene “al massimo”, nel ruolo della madre autoritaria e alcolizzata del protagonista, Amanda, che vediamo in una serie di flashback. Infine, la magnifica voce inconfondibile di una delle songwriter, Tori Allen-Martin, torna nel ruolo della presunta caregiver dal segreto nerissimo, Lauren. Il suo strumento vocale è una delle grandi glorie della scena del musical contemporaneo; eppure, sono stato l’unico a pensare che spesso sembrasse un po’ a disagio sulla piattaforma ostinatamente cupa e scomoda costruita per questa produzione? E l’impatto del resto del cast non ne risulta forse allo stesso modo raffreddato? E le interpretazioni non assumono forse una qualità piuttosto statica, con una tendenza alla fissità e persino all’inerzia? Potrebbe essere tutto deliberato, naturalmente. C’è il “movimento” di Isla Jackson-Ritchie, ma vediamo poco oltre una gamma ristretta di gesti di mani e braccia, eseguiti in stile falun gong da una posizione calma e pressoché immobile. Invece di abbracciare e utilizzare l’elaborata struttura su cui si dispiega il racconto, sembra volerla evitare. Anche questo, di nuovo, potrebbe far parte dell’idea. Tuttavia quel disagio viene poi comunicato direttamente al pubblico.

Be’, ci sono momenti, immagino, in cui si desidera che le cose restino ferme e contemplative. Ma si vuole necessariamente che quella atmosfera domini in un musical? E in una trama che non ha praticamente azione e che, anzi, deve fare i conti con un protagonista senza voce per la maggior parte della serata, caratteristiche di questo tipo aiuteranno davvero lo spettacolo a raggiungere il pubblico? Lo scopriremo.

Fino al 7 gennaio 2017

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