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RECENSIONE: Un Senso della Fine, Teatro 503 ✭✭✭✭
Pubblicato su
Di
timhochstrasser
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Sense Of An Ending
Theatre 503
15 maggio 2015
4 stelle
Tende a listelli fanno da sipario semitrasparente davanti a un interno in legno, con un paio di lampadine nude sospese e due porte in fondo scena incassate in una parete di vetro. Un fucile e un berretto sono appoggiati su una delle tre sedie. Una suora fa oscillare dolcemente un turibolo mentre prendiamo posto. Le tende vengono sollevate da un uomo in uniforme che si rivela essere una guardia carceraria, e ci ritroviamo a Kigali, in Ruanda, per l’inflessibile dramma di Ken Urban ambientato alla fine degli anni Novanta, all’indomani del genocidio. Due suore hutu, suor Justina (Lynette Clarke) e suor Alice (Akiya Henry), attendono il processo con l’accusa di complicità in un massacro avvenuto all’interno della loro stessa chiesa. Hanno accettato di rilasciare un’unica intervista a un giornalista americano, Charles (Ben Onwukwe), prima del trasferimento in Belgio per essere giudicate. Accanto alle dichiarazioni delle suore ascoltiamo le opinioni caustiche e scettiche della scorta tutsi del giornalista, Paul (Abubakar Salim), e assistiamo alla testimonianza bruciante dell’unico testimone sopravvissuto, Dusabi (Kevin Golding). Insieme al giornalista, noi spettatori siamo invitati a riflettere su dove possa trovarsi l’equilibrio della verità e su come, ammesso che sia possibile, si possa trovare un “senso della fine” di fronte ad atti di una brutalità tale che è difficile perfino comprenderne e immaginarne la portata. Come si può trovare un impianto drammatico plausibile per eventi reali che, anche secondo stime prudenti, hanno causato almeno 800.000 vittime tutsi in soli 100 giorni?
Questa è la première europea di un testo che ha già vinto il premio per la Miglior Nuova Opera al Williamstown Theatre Festival. A ragione. L’autore resiste saggiamente alla tentazione di trasformare il tutto in un thriller investigativo di stampo forense e, invece di concentrarsi solo o in modo ristretto sulla colpevolezza o innocenza delle suore, Urban ci invita a riflettere su una serie di questioni ampie e inquietanti: più ovviamente l’estensione e la scala del genocidio e il grado di responsabilità morale di chi vi resta coinvolto; ma anche il ruolo e i doveri del giornalista nel registrare e indagare simili orrori, e la domanda se il perdono sia possibile o abbia un senso in circostanze del genere. Forse, soprattutto, siamo chiamati a riflettere sulla natura stessa della verità – sia su chi credere, sia sul fatto che possa esistere una verità unica e identificabile, moralmente inequivocabile, invece di percezioni diverse, ognuna delle quali merita un certo grado di credito e rispetto. Sono questioni grandi, pesanti e importanti – anzi, è difficile pensare a qualcosa di più significativo – ma Urban merita il massimo elogio per come ce le presenta con una notevole dose di umorismo e con dialoghi naturalistici, finissimi, che costruiscono i personaggi con efficacia e lasciano, in modo rinfrescante, un finale aperto. Abbiamo spazio a sufficienza per soppesare le implicazioni di ciò che ascoltiamo, pur continuando a gustare un dramma efficace e commovente, con molti intriganti colpi di scena lungo il percorso.
Gran parte della pièce è costituita dalle interviste tra Charles e le suore. Ben Onwukwe riesce molto bene a rendere le insicurezze personali del suo personaggio, così come i dubbi sul modo migliore di agire da giornalista responsabile. Scopriamo che ha accettato questo incarico per recuperare la propria reputazione dopo una violazione dell’etica professionale, e che una sua mancanza di coraggio in una missione passata ha portato alla morte di un collega. Proprio per via della sua fallibilità e dei suoi dubbi, siamo pronti ad accoglierlo come coscienza del pubblico. Alla fine, le sue incertezze e le sue ansie diventano con grande efficacia anche le nostre. Al contrario, suor Justina all’inizio è il personaggio più duro: una suora anziana, smaliziata, determinata a dire la verità così come la vede, e al tempo stesso a sfruttare l’occasione dell’intervista come pubblicità gratuita per aiutare la loro causa in tribunale. Tuttavia Lynette Clarke traccia con abilità il suo graduale crollo di sicurezza man mano che il testo procede: ciò che comincia come un’autorità tagliente si rivela un guscio fragile, che si incrina sotto interrogativi esterni e interni. Invece la apparentemente più vulnerabile e influenzabile suor Alice si rivela molto più abile nella sua battaglia d’arguzia con Charles. Akiya Henry mostra la crescita di fiducia del personaggio e, nelle scene finali, lo sviluppo di una notevole dimestichezza con i media, pur mantenendo nel comportamento e negli atteggiamenti una inquietante aria di isteria repressa. Nei panni di Paul, la guardia tutsi, Abubakar Salim svolge un ruolo importante nel bilanciare la plausibilità del racconto delle suore con un’alternativa che lo mette in discussione. Accanto alle loro dichiarazioni, siamo chiamati a soppesare tutte le prove dell’altra parte che lui rievoca, accompagnate da alcuni bei momenti di rabbia e da un umorismo nero, da patibolo, di grande efficacia. Un altro fondamentale contributo di supporto è quello di Kevin Golding: in quanto unico testimone e sopravvissuto di ciò che è realmente accaduto durante il massacro nella chiesa, è attraverso il suo resoconto che finalmente viviamo gli eventi in un flashback narrativo. È questo il momento che costringe Charles – e noi, il pubblico – a rivedere la nostra percezione degli avvenimenti. Sarebbe facile per autore e attore calcarsi la mano in questa scena melodrammatica, ma mantenendo un senso di ambiguità e incertezza nella tesa confusione dei fatti, l’effetto è quello di renderlo più, e non meno, convincente come testimone, portandoci più a fondo nel cuore delle tenebre. Senza quel viaggio, l’atto di perdono che arriva verso la fine della pièce difficilmente sarebbe credibile..
Mentre questo bel testo si avviava verso il suo finale sfumato, non ho potuto fare a meno di paragonarlo a un’opera precedente che metteva delle suore di fronte a una scelta impossibile: l’opera di Poulenc, Dialogues of the Carmelites. Negli anni Cinquanta, con la Francia ancora traumatizzata dai compromessi morali di Vichy, era più facile immaginare che potessero abbracciare una limpida integrità morale e una determinazione ferrea di fronte alla brutalità dello Stato. Qui, invece, la conclusione è che i fatti non parlano più da soli e che né le verità né le menzogne hanno più senso come categorie in bianco e nero… come suggerisce il titolo, non esistono “finali” definitivi, ma solo varie narrazioni che possono essere finzioni più o meno grandi. Non è un’adesione al relativismo: l’azione morale individuale resta possibile nella causa del bene e del male, ma rimane difficile generalizzare a partire dai frammenti carbonizzati che la storia contemporanea ci lascia da contemplare. Sense Of And Ending è in scena fino al 6 giugno 2015 al Theatre 503
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