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NOTIZIE

RECENSIONE: Il Ruffiano Sulla Scala, Hope Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

5 febbraio 2019

Di

timhochstrasser

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Tim Hochstrasser recensisce The Ruffian on the Stair di Joe Orton, ora in scena al The Hope Theatre.

The Ruffian on the Stair

The Hope Theatre

2 febbraio 2019

3 stelle

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«Pensano che, siccome sei un criminale, possano trattarti come spazzatura. Venire qui in quel modo. Dire certe cose in faccia a un uomo. La morale di Ninive non era poi così permissiva.»

Non può che essere lo stile paradossale e preciso di Joe Orton: le rivendicazioni indignate di oltraggio morale e autorità da parte di qualcuno fuori dalla moralità convenzionale, le repliche argute e aforistiche messe in bocca a chi appare rozzo e poco istruito, e il ribaltamento delle supposizioni consuete non solo su bene e male, ma anche su vittima e oppressore.

La produzione di Orton non è vasta, e persino le sue tre opere di lunga durata non vengono rappresentate molto spesso. Perciò è davvero un piacere ritrovare questa ripresa di The Ruffian on the Stair. Eppure resta un oggetto un po’ anomalo. Nato come radiodramma, adattato dal romanzo The Boy Hairdresser scritto a quattro mani da Orton e dal suo compagno Kenneth Halliwell, venne poi riscritto come pièce di un’ora, parte di un dittico prodotto nell’ultimo anno della breve vita di Orton. Così, se formalmente è frutto della maturità del suo autore – con l’asciutta esattezza e la sicurezza tecnica del suo lavoro migliore – sul piano tematico anticipa molte delle questioni che saranno affrontate con maggiore raffinatezza e profondità nelle opere successive. Non c’è una riga di troppo, nulla che si prolunghi oltre il necessario; ma molto di ciò che si dice su omosessualità, incesto, cattolicesimo, omicidio e tirannia delle ipocrisie convenzionali è sviluppato più compiutamente e con risultati migliori altrove.

In sostanza è un testo per tre interpreti. Mike (Gary Webster), sicario di piccolo calibro spesso senza lavoro, con istinti da duro e gusti bisessuali, e Joyce (Lucy Benjamin), una ex prostituta pallida e vessata, si ritrovano accoppiati con disagio sotto lo stesso tetto. Lui è un cattolico irlandese (anche se, stranamente, non c’è traccia di accento) e lei una protestante londinese, e nei primi venti minuti circa si gioca – un po’ troppo a lungo – con le loro convinzioni e le loro supposizioni borghesi. L’azione e il ritmo si ravvivano con l’arrivo di Wilson (Adam Buchanan), una folata di aria fresca, giovane e provocatoria che irrompe in questa situazione soffocante – il primo affacciarsi del signor Sloane. Arriva con il pretesto di affittare una stanza: è l’outsider destabilizzante tipico di ogni testo di Orton, che si rivelerà avere legami più stretti con uno o con entrambi gli altri personaggi di quanto avremmo potuto immaginare. La qualità dell’intesa fra gli attori cresce sensibilmente man mano che l’azione si avvicina al suo cupo e violento climax, e tutti e tre si distinguono sfruttando appieno le battute che Orton mette loro in mano, che siano cupe, divertenti o farsesche. Proprio come la dentiera in Loot, così i pesci rossi di Joyce danno un notevole contributo batisico allo scioglimento, bucando al momento giusto il pallone della gravità.

Il team creativo ha fatto un buon lavoro nel ricreare l’atmosfera anni Sessanta del testo: oggetti di scena, arredi, mobilio e musica di sottofondo evocano con efficacia il milieu squallido ma vivace di un appartamento al primo piano a Islington nel 1967, e la scenografia di Rachael Ryan mostra quanto giovi l’obbligo di far rendere al meglio uno spazio piccolissimo. Vediamo oltre la sciatteria – letteralmente – quando la parete in cartongesso si apre rivelando la strada fuori. Tuttavia, se la prossimità claustrofobica fra pubblico e azione offre vantaggi reali, a tratti gli attori sono sembrati frenati, sia dai mobili ammassati nella stanza sia dal dover farsi strada tra gli spettatori. Forse si sarebbero potute sacrificare alcune sedute per rendere la vita un po’ più facile ai performer?

Quest’ultimo punto incide sulla critica più importante che si possa muovere a quella che resta una produzione molto solida e più che dignitosa. Il ritmo era spesso appena troppo lento e uniforme. I testi di Orton sono come una partitura musicale: la compattezza della scrittura non significa che non ci sia spazio per varietà e velocità di recitazione. Come ha mostrato la deliziosa recente produzione di Loot al Park Theatre, ci sono momenti in cui serve la velocità delirante, a rotta di collo, della farsa pura tanto quanto momenti di pausa e ponderazione. Qui, nella regia di Paul Clayton, non abbiamo ottenuto quella varietà, ed è stata un’occasione mancata.

Nel complesso si tratta di una produzione meritevole ma non eccezionale, con molte qualità solide. Funziona bene nello spazio raccolto del Hope Theatre, ma se il testo fosse più lungo richiederebbe una regia più incisiva per trasmettere il materiale con il giusto grado di intensità cinica e di bravura.

In sintesi: anche se non è Orton al suo massimo, quest’opera merita di essere riproposta più spesso e qui riceve una messinscena più che rispettabile da un team creativo in sintonia con la sua estetica particolare.

Fino al 16 febbraio 2019

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