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NOTIZIE

RECENSIONE: La Bisbetica Domata, New Wimbledon Studio ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

timhochstrasser

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La bisbetica domata

New Wimbledon Studio

27 maggio 2015

5 stelle

PRENOTA I BIGLIETTI Quando sono arrivato alla Press Night di questa nuova produzione de La bisbetica domata, fuori dall’ingresso del New Wimbledon Studio c’era un barbone malconcio e sboccato, accasciato con una lattina di birra. Non ci ho fatto troppo caso finché lo stesso individuo non è spuntato in platea poco prima dell’inizio, interagendo in modo rumoroso con lo stage manager, rovesciando qualche sedia e importunando leggermente alcuni spettatori. Poi ho capito: lo spettacolo era già cominciato e ci trovavamo nel bel mezzo non di un episodio da chiamare la polizia, ma di una versione brillantemente improvvisata de ‘L’Induzione’, il dispositivo di cornice del “teatro nel teatro” di questa commedia shakespeariana giovanile. Nei panni di Christopher Sly, il bevone da blandire e divertire, Christopher Neels ci ha regalato il primo di molti sguardi nuovi e illuminanti su un testo che, nella tradizione delle messe in scena recenti, è diventato sempre più una “pièce problematica”, più che una delle prime opere leggere e frizzanti di Shakespeare. Questo testo ha un passato torbido. Databile ai primi anni 1590, ne esistono due versioni, il cui rapporto reciproco e l’esatto contributo di Shakespeare a ciascuna restano oggetto di controversia accademica. Il testo è ‘sporco’ in senso letterale, nel senso che potrebbe derivare da uno dei “cattivi in-quarto” ricavati da copie di scena e pubblicati prima del First Folio. Inoltre, ha avuto anche una ricezione critica tutt’altro che benevola, non da ultimo da parte di George Bernard Shaw, che lo definì “un vile insulto alla femminilità e alla mascolinità dall’inizio alla fine”. E negli ultimi anni è stato attaccato da prospettive femministe che ritengono impossibile mettere in scena senza ironia o dispositivi di distanziamento lo scontro prolungato tra Petruchio e Caterina. A mio avviso, queste argomentazioni – insieme a quelle parallele sull’antisemitismo ne Il mercante di Venezia – possono essere enfatizzate oltre misura e, per certi versi, mancano il bersaglio. Dovremmo anzitutto riconoscere che il fatto stesso che Shakespeare faccia della Bisbetica un “teatro nel teatro” significa che ha già inserito un dispositivo di cornice che invita a non prenderla con serietà letterale; e, in secondo luogo, che sono in definitiva le scelte del regista e della compagnia a determinare le nostre reazioni a questo testo: può essere giocato in chiave ironica, farsesca o storica (cioè come espressione di idee della prima età moderna sulla gerarchia sociale e sulla condizione di uomo e donna dopo la Caduta). Le opzioni sono molte, e conviene sospendere il giudizio fino al calare del sipario. Arrows and Traps e il regista Ross McGregor ci propongono una versione a ruoli di genere invertiti, inserita in un’interessante stagione dedicata al tema “Love in Time of War”. Alla luce di questa produzione innovativa e vivace, le loro letture di Titus Andronicus e di Tutto è bene quel che finisce bene saranno appuntamenti imprescindibili più avanti, in estate. Ci troviamo in una scenografia semplice e flessibile, che funziona bene sia per le scene di strada sia per gli interni, con pochissimo tempo perso nei cambi scena. È una serata lunga, ma non lo sembra nel ritmo: gli episodi scorrono con lodevole rapidità ed economia, lasciando al tempo stesso pieno peso ai pochi discorsi di riflessione e di quiete. Con l’eccezione dei protagonisti, ogni attore interpreta più ruoli: qui si vede il vantaggio di lavorare con un nucleo stabile, che si conosce bene ed è a suo agio in un lavoro d’ensemble elastico. C’è energia, inventiva e fluidità nello sviluppo dell’azione, e un forte senso visivo che costruisce tableaux efficaci. Così, non importa che il budget sia limitato: per esempio, il coro di cuochi e servitori timorosi durante la scena del banchetto è coreografato in modo talmente spassoso che ci si dimentica di quanto siano ridotti al minimo gli oggetti di scena. È Shakespeare con valori e fuoco nel posto giusto: un ripensamento quasi “forense” del testo, con l’attenzione a come comunicare al meglio quella visione attraverso ritmo, arguzia nella dizione e un movimento scenico continuamente accattivante. Ci sono anche alcuni deliziosi intermezzi cantati che emergono naturalmente dall’azione, nella migliore tradizione del musical, e che in diversi momenti sintetizzano l’atmosfera. Che cosa impariamo, dunque, dall’inversione di genere? Che cosa aggiunge alla nostra comprensione? Anzitutto, in un certo senso smussa gli spigoli degli scontri, che risultano più comici e meno crudeli. La ressa dei pretendenti resta comunque pungente, con un lavoro eccellente in particolare di Jean Apps nei panni di Gremia; le madri sbraitano e minacciano con la stessa efficacia dei padri – e qui spicca una Vincentia (Bridget Mastrocola) impressionante, a colpi di borsetta. Bianco (Samuel Morgan-Grahame) viene riletto come un viziato “coccolato dalla mamma”, e Trania (Gemma Salter), che per gran parte dell’azione impersona Lucentia (Remy Moyes), brilla per leggerezza e invenzione comica. Ma lo spettacolo regge o crolla sull’interazione tra Petruchia (Elizabeth Appleby) e Cajetano (Alexander McMorran). Ho avuto la sensazione che McMorran avrebbe potuto essere ancora più difficile e irragionevole nelle scene iniziali: il percorso che conduce poi alla sua resa finale, fine, dignitosa e convincente del discorso di ‘sottomissione’, deve essere lungo, che lo si consideri una vittima oppure no. Ma la caratterizzazione svampita e spensierata di Petruchia da parte di Appleby è un autentico godimento comico. Il suo continuo rifiuto di confrontarsi con il punto di vista e i desideri di Kajetano aveva qualcosa di Jennifer Saunders in piena modalità Absolutely Fabulous. E poi, proprio perché per gran parte della pièce abita un mondo comico alternativo, la sua ammissione finale d’amore risulta ancora più toccante – ed è certamente la prima volta che questo finale abbia mai toccato me. Questo mi porta alla seconda osservazione sull’idea dell’inversione: l’arguzia e il brio competitivo degli scambi, in un certo senso, stanno “al di sopra” del genere, e vanno giocati con una precisione d’esecuzione quasi militare nei repentini cambi d’umore, per trascinare il pubblico nella battuta e nell’azione, in una trepidante attesa di ciò che potrebbe accadere dopo. In fondo, è un’altra versione della celebre osservazione di Noël Coward: la comicità è più divertente quando viene recitata con assoluta serietà…..

Il problema che ho sempre avuto con questo testo è l’implacabile incessanza del processo di “addomesticamento”, che in precedenti produzioni che ho visto è sembrato più noioso che crudele, figuriamoci divertente. Per questo, negli ultimi anni mi sono sentito più attratto dal fascino cordiale, urbano e seduttivo della versione di Cole Porter piuttosto che dall’originale shakespeariano. Il complimento migliore che possa fare a questa splendida produzione è che mi ha fatto guardare all’opera con molta più benevolenza e ha placato molte delle mie ansie sul materiale. Andateci finché siete in tempo.

La bisbetica domata è in scena al New Wimbledon Theatre Studio fino al 20 giugno 2015.

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