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NOTIZIE

RECENSIONE: La Tempesta, Eel Brook Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

23 ottobre 2015

Di

timhochstrasser

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La tempesta

14/10/15

Eel Brook Theatre, Fulham

4 stelle

L’ultima opera di Shakespeare non delude mai. Da ogni produzione o adattamento che ho visto negli anni ho imparato qualcosa di nuovo, per quanto possa aver detestato l’idea portante. C’è una tale varietà formale, una densità metaforica del linguaggio e una maestria drammaturgica nella costruzione, che ogni occasione offre un nuovo modo di “scartare” un’intuizione rara, magari nemmeno prevista o colta dal team creativo responsabile. Non c’è spreco, non c’è riempitivo, non c’è eccesso né superfluo. È un luogo comune, ma resta naturalmente vero, che Prospero, il mago sovrano che alla fine seppellisce il libro, spezza il bastone e libera il suo ‘spirito d’aria’, è Shakespeare stesso che tira le somme e dà l’addio alla propria arte.

Pur essendo un’opera così cesellata e consapevolmente creata, è anche molto flessibile, capace di interpretazioni diversissime…anti- o post-coloniali, Prospero come mago (Dr Dee) o come impresario (Peter Greenaway). Non esiste una sola mappa per orientarsi in quest’isola miracolosa che non è solo ‘piena di rumori’, ma colma di un mondo di suggestioni quasi infinite.  Una chiave del successo, però, pare evidente. Qualsiasi produzione farebbe bene a usare tutte le risorse dell’arte scenica – suono, luce, musica, costumi, trucco, scenografia, videoproiezioni e movimento coreografato - perché questo testo è, per quanto un testo possa esserlo, vicino al mondo dell’opera e del balletto, che cerca di unificare tutte le arti in un’unica causa comune.

Uno dei risultati più notevoli di questa produzione, sempre intrigante e ponderata, del London Theatre Workshop è che questo punto lo centrano in pieno, e sfruttano la disciplina di un budget minuscolo per generare un’esperienza sensuale e cinetica che ti porta lontano da una serata umida a Fulham, in un mondo di suggestione magica che molte produzioni sontuosamente finanziate mancano del tutto.

La scenografia colpisce a prima vista. Dominano due vele quadrate: una sopra un vecchio bancale (che raddoppia come la piccola barca su cui Prospero e Miranda vengono messi alla deriva), l’altra sistemata sopra l’imboccatura di una grotta, listellata di legno, che è la cella di Prospero. Le pareti di fondo sono imbottite di carta bianca accartocciata per simboleggiare le onde e le scogliere dell’isola. Ai lati c’è una sparsa di libri e casse di legno, e questo è tutto.

Eppure queste risorse apparentemente misere fanno un lavoro enorme nel creare atmosfera e colore. Le vele diventano schermi di proiezione per la scena della tempesta, i libri prendono vita come uccelli e vivande magiche ma non in un modo che imiti I libri di Prospero, e la piattaforma dà una dimensione verticale all’azione e un punto d’osservazione sia per Prospero sia per Ariel, per dominare la scena. Soprattutto, c’è ancora abbastanza spazio sul proscenio per schemi di movimento elaborati che permettono a tutti i personaggi di essere presenti in scena, offrendo un’interpretazione visiva del testo nei momenti chiave. I designer di scenografia e oggetti di scena hanno saputo far quadrare immaginazione ed economia ottenendo risultati davvero notevoli – tutti i meriti a Justin Williams, Harry Johnson, Anna Nguyen e Dominika Visy.

A questo si integra una colonna sonora ben sostenuta, che scorre pressoché senza interruzioni dall’arrivo sull’isola dei dignitari naufraghi fino alla rinuncia alla magia. L’isola è davvero ‘piena di rumori’ per tutta la durata, in modo coinvolgente e plausibile, grazie al sound design elettronico di Edmund Shaw e alla musica e alle canzoni ammalianti di James Neale. L’effetto complessivo è di bellezza e insieme di inquieta misteriosità, del tutto giusto per un mondo di ‘magia ruvida’.

Anche costumi e luci riescono a fare moltissimo con mezzi limitati. Il team luci, Jordan Lightfoot e Ben Homer, ci scaraventa subito nell’azione con una tempesta e un naufragio davvero efficaci, ed Evie Holdcroft e Ray Rackham danno a ciascun personaggio un abito distintivo e adatto, che ti racconta immediatamente qualcosa del rango e dello status, trovando anche tocchi esotici. Un turbante appena accennato per un nobile, una veste magica opportunamente scintillante per Prospero, una rozza pelle per un Calibano già naturalmente irsuto….

E veniamo al casting e agli interpreti. È una produzione gender-blind, con sei donne e tre uomini. Gli attori che interpretano Miranda e Ferdinando raddoppiano anche come Trinculo e Stefano, e Ariel compare come il nostromo. Questa strategia non ha creato problemi, per quanto ho potuto vedere, e non ha ostacolato interpretazioni convincenti come avrebbe potuto fare se anche Ferdinando o Calibano avessero cambiato genere. Prospero, in particolare, non mi sembra un ruolo intrinsecamente legato al genere: ciò che serve è un’autorità naturale e a tratti allarmante, e poi la capacità di rinunciarvi. Qui il genere non è il punto. Ralph Richardson disse una volta che quando John Gielgud entrava in scena non c’era bisogno di dire al pubblico che era il Duca di Milano: lo era e basta; mentre quando entrava lui (Richardson) presumevano che fosse un idraulico!

Il Prospero di Karen McCaffrey è un’interpretazione messa insieme con breve preavviso a causa di un cambio di cast all’ultimo minuto, e merita elogi nonostante inevitabili limiti. La sua resa del testo era attenta, ben scandita e sempre chiara, ma mancava della varietà di colore e di sfumature che più tempo di prove avrebbe potuto portare. Era più a suo agio nel rinunciare all’autorità e nel rimettere ordine nel microcosmo dell’isola che nel mostrare rabbia e una sovranità brusca e imperiosa. Il suo rapporto con l’Ariel di Joseph Law era toccante e meno manipolatorio del solito – in effetti c’era molta più tenerezza del consueto in questo ruolo, e ben prima che il perdono diventi la regola nel finale. Punti di forza e di debolezza del suo approccio si vedevano nella resa di quel discorso straordinario ‘Voi elfi di colli, ruscelli, laghi immobili e boschetti’, dove la gamma emotiva e tecnica deve spostarsi da una rabbia pericolosa, quasi da Lear, a una serena accettazione e al perdono. Della prima ce n’era troppo poca, ma la seconda colpiva.

Nei ruoli di Miranda e Trinculo, Samantha Béart ha offerto due interpretazioni molto impressionanti e ben contrastate, con una stessa energia grintosa e una vitalità inventiva, e un’attenzione minuziosa al testo. Stevie Basaula era meno in sintonia con le formalità della dizione misurata di Ferdinando, ma pienamente a suo agio con la comicità a pennellate larghe della buffoneria ubriaca di Stefano. Ruskin Denmark è stato un Calibano costantemente ottimo, recitato con bravura fisica e grande sensibilità alle parole: sentivi con lui ogni pizzico e ogni puntura, e quando serviva non aveva paura di abbracciare le esigenze retoriche di alcune tra le più belle poesie del testo. L’Ariel di Joseph Law era altrettanto valido: tanta dell’energia e della direzione dell’azione gli viene delegata da Prospero, che Ariel deve essere un impresario rapidissimo, quasi mercuriale, se gli eventi non devono trascinarsi. E così è stato: vulnerabile, misterioso e allarmante quando le circostanze lo richiedevano, con anche deliziosi tocchi di invenzione comica a coronare il tutto.

Il gruppo dei naufraghi – Sebastiano, Gonzalo, Alonso e Antonio – è stato diretto molto come un insieme, ed era presente come una sorta di coro per gran parte dell’azione, riecheggiando l’umore della scena con movimenti ben modulati. Questo ha dato al loro sotto-intreccio una rilevanza maggiore del solito, e c’erano molte occasioni perché i singoli brillassero sia nella commedia sia nell’empatia. Il Gonzalo di Marie Blount era forse il più espressivo di tutti, come coscienza del pubblico, a ricordarci i torti fatti a Prospero e Miranda.

Il regista Brandon Force e il movement director Liam Steward-George meritano grande credito per aver creato una produzione così dinamica e dettagliata, con al centro una continua esplorazione visiva, coreografica e testuale. Fondamentale, non cercano di dissolvere o spiegare tutti i misteri e gli incanti di questo testo inesauribilmente affascinante, ma mirano semplicemente a evocarli in modo memorabile. Così, quando i festeggiamenti finiscono e vieni ricondotto a una notte d’autunno a Fulham, ‘Ti resta ancora sulle labbra qualche sottigliezza dell’isola, che non ti lascerà credere certe le cose….’

La tempesta è in scena al London Theatre Workshop fino al 24 ottobre

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