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NOTIZIE

RECENSIONE: Tonight at 8.30, Jermyn Street Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

julianeaves

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Julian Eaves recensisce Tonight at 8.30 di Noël Coward, ora in scena al Jermyn Street Theatre di Londra.

L’ensemble di Star Chamber. Foto: Robert Workman Tonight at 8.30

Jermyn Street Theatre,

22 aprile 2018

5 stelle

Prenota ora

Quanto siamo fortunati a poter vedere questo ciclo di nove atti unici di Noël Coward (ne scrisse un decimo, ma qui non è incluso), offertoci da questo instancabile, primissimo spazio off, incastonato proprio nel cuore del West End, a due passi da Piccadilly. Questa raccolta di scorci della metà degli anni Trenta è tra le opere del Maestro meno rappresentate, ma la sua rarità non dice nulla sulla qualità. Il Direttore Artistico, il giovane e immensamente talentuoso Tom Littler, ne tira fuori magia in abbondanza, con un cast superbo e una splendida messa in scena, il tutto a prezzo contenuto. È un vero viaggio: all’inizio costruisce con calma, ma quando prende il via è inarrestabile e centra un colpo dopo l’altro. Sarebbe da pazzi perderselo. E in alcuni giorni si possono vedere tutti i testi in un’unica maratona: una vera delizia.

Ci sono tre gruppi da tre testi. Si parte con quello che qui i produttori chiamano “Secret Hearts”, che si apre con Star Chamber — l’unico atto unico che di solito viene tagliato dalle produzioni (al suo posto si propone spesso Fumed Oak). È un’apertura discretamente divertente, se vi piacciono gli esercizi di perfidia teatrale, ma diventa un po’ più interessante grazie all’inserimento di episodi di dialogo sovrapposto scritti con intelligenza. Se c’è altro, a me è sfuggito. Il cast è solido, ma questo testo è poco più di un piacevole riscaldamento. Stranamente, però, è l’unico in cui Boadicea Ricketts ha davvero abbastanza da fare: è un talento brillante all’inizio della carriera e una scoperta eccezionale nei panni della diva vanitosa e narcisista, maestra del non sequitur devastante. Sono certo che la rivedremo presto.

Jeremy Rose e Rosemary Ashe in Red Peppers. Foto: Robert Workman

Poi Red Peppers è una rappresentazione scricchiolante e decisamente datata di artisti di varietà di decima categoria, un po’ loschi. Nemmeno Rosemary Ashe e Jeremy Rose (Lily e George Pepper) riescono fino in fondo a trovare il tono giusto nei numeri in stile music-hall e nelle cattiverie dietro le quinte. Coward scrisse questo materiale come veicolo per star come lui stesso e Gertrude Lawrence, quando erano più o meno coetanei del secolo; nelle mani di interpreti molto più maturi acquista profondità, diventando il ritratto di una delusione e di vite sprecate, ma le canzoni sono così piene di brio e allegria da suonare stranamente in un contesto più “senior”.

Nick Waring e Miranda Foster in Still Life. Foto: Robert Workman

La prima “trilogia” si chiude con forse la storia più nota del gruppo: Still Life è il racconto drammatico che divenne Brief Encounter di David Lean, attualmente anch’esso in scena poco lontano, a Haymarket, all’Empire Cinema, nella radicale rivisitazione di Emma Rice con Kneehigh. Il confronto è interessante. A differenza di quanto accade qui, Rice fa di tutto tranne che proporre il testo “in modo lineare”, e l’effetto è immediatamente galvanizzante. Al contrario, Miranda Foster e Nick Waring interpretano Laura e Alec più o meno esattamente come le battute li descrivono, e abbiamo la sensazione di scivolare sulla superficie del mondo di Coward, senza entrarci mai davvero in contatto.

E poi accade qualcosa di notevole. All’improvviso, nel mezzo di una conversazione davanti a una tazza di tè, a un tavolino del bar della stazione, precipitiamo nel cuore delle loro vite. Come succeda esattamente è difficile dirlo, ma d’un tratto ogni parola si illumina dall’interno e tutto ciò che dicono diventa incredibilmente importante. È evidente che gli attori hanno lavorato con grande cura per arrivare a questo punto, ma da qui in avanti non cambia solo questo testo: cambia direzione e atmosfera dell’intero evento. Ogni cosa comincia ad andare al proprio posto. La magia di tutti gli elementi che lavorano insieme inizia a manifestarsi. E continua a farlo, per tutto il resto del ciclo.

Ian Hallard e Sara Crowe in We Were Dancing. Foto: Robert Workman

Dopo il primo intervallo lungo (tra il secondo e il terzo testo di ogni set ci sono solo pause di 15 minuti, e tra il primo e il secondo dei raffinati intermezzi musicali — la brillante verve di Stefan Bednarczyk è una delizia), la produzione sembra non sbagliare più un colpo. Il secondo gruppo di testi (qui chiamato “Bedroom Farces”) si apre con l’interpretazione quasi surreale della commedia leggera, We Were Dancing. Sara Crowe affronta i giri e rigiri svampiti del personaggio di Louise con la stessa sicurezza e lo stesso slancio che ci aspettiamo da Amanda e dalle migliori protagoniste femminili di Coward; Ian Hallard è uno splendido contrappunto dal viso lunare nei panni del parvenu Karl, mentre Waring si reinventa qui come il coniuge indignato, Hubert, con un impedimento di pronuncia alla Giorgio VI, e Rosemary Ashe trova perfettamente la nota giusta come sua sorella bisbetica, Clara. Le scene di questo quartetto insieme — battaglie serrate di intelletto e passione — sono eseguite con controllo ed energia “alla Shaw”, conferendo una stupefacente bellezza formale a un contenuto strampalato.

A fissare l’effetto complessivo contribuiscono in modo determinante: le deliziose scene di Louie Whitemore (che riempie il palco, più e più volte, di magnifiche immagini d’epoca — e in questo minuscolo spazio sotterraneo ci si chiede davvero dove riescano a stipare tutte le scenografie); lo splendido assortimento di costumi (a decine!) della incredibilmente talentuosa Emily Stuart; e le luci perfette di Tim Mascall. Inoltre, Tom Attwood governa con maestria il paesaggio sonoro, accompagnandoci dentro e fuori tra trasmissioni radiofoniche, recital di classica e rumori d’ambiente, ampliando il respiro epico del ciclo.

Miranda Foster, Nick Waring e Ian Hallard in Ways and Means. Foto: Robert Workman

Se We Were Dancing vi lascia la sensazione che da solo valga il prezzo del biglietto — e lo vale — allora le glorie successive sono ancora maggiori. Ways and Means è un’altra idea concepita in modo straordinario e realizzata con squisita precisione: un’arabesque nata da un’immaginazione divinamente maliziosa; Foster e Waring interpretano qui una coppia del tutto diversa, economicamente allo stremo e spinta al crimine nel modo più melodrammaticamente coincidente, con un altro relativamente nuovo, Ben Waring, che brilla per un attimo come Stevens, l’ex autista. In questi testi, come altrove, Coward si concede di considerare il denaro come un nemico esterno della serenità umana: tuttavia, lo sfondo storico più ampio entra appena in scena; ci sono qua e là battute che accennano di sfuggita a Mussolini o Hitler, ma scompaiono non appena appaiono. In opere così saldamente radicate nella “realtà” della vita delle persone, è difficile capire cosa farne. Con “gli anni Trenta” osservati da così tante angolazioni, sembra strano non percepire di più la società al di là delle porte del salotto.

Nick Waring, Sara Crowe, Ian Hallard, Miranda Foster in Shadow Play. Foto: Robert Workman

Pazienza. Poi, nell’incredibile Shadow Play, arriva un altro centro pieno: in stile operetta, Coward fonde dialogo e azione in un modo che la saggezza comune sostiene non sia arrivato fino a Rodgers e Hammerstein nel 1943. Ma la drammaturgia musicale di Coward è impeccabile. Spingendoci fuori dal mondo “reale” e trascinandoci in un episodio fantastico, decenni avanti rispetto ai “balletti onirici” degli anni Quaranta e Cinquanta, anticipa Lady in the Dark e persino Follies in modo semplicemente abbagliante ed emozionante. (Almeno un contemporaneo creatore di musical parla con sufficienza dei risultati di Coward, ma mi chiedo se nelle sue opere non abbia trovato più cose da apprezzare — e magari da imparare — di quante non voglia ammettere.)

Jeremy Rose, Rosemary Ashe in Family Album. Foto: David Monteith-Hodge

Per l’inizio dell’ultimo giro di testi (qui chiamato “Nuclear Families”) arriva la stranezza: Family Album — uno sguardo ai tempi andati degli anni Sessanta dell’Ottocento. Si apre con un altro colpo da maestro: un tableau incantevole di un funerale familiare in piena epoca vittoriana, ornato con i più splendidi e opulenti paramenti da lutto. Il dialogo è meravigliosamente impacciato, e Coward rincara la dose inclinando il tutto verso alcuni riuscitissimi numeri in pastiche alla Gilbert & Sullivan. Stregante. L’“intenzione” del pezzo resta comunque in piena coerenza con il resto dello spettacolo, ed è bello vedere Wiggins, come outsider entrato in famiglia col matrimonio, avere qui più spazio.

Miranda Foster e Sara Crowe in Hands Across The Sea. Foto: David Monteith Hodge

Il penultimo testo, Hands Across The Sea, non è tanto una stoccata alle classi alte quanto un pestaggio prolungato. Non risparmia nulla. Ashe, in particolare, centra in pieno la sua ascia da battaglia di Belgravia, l’Hon. Clare Wedderburn, con l’ottima collaborazione di Foster nei panni della altrettanto (e deliziosamente) raccapricciante Lady Maureen Gilpin (“Piggie” per gli amici). Bednarczyk è in forma smagliante come l’imponente Commander Peter Gilpin, RN, e Rose come il suo compagno altrettanto terribile, Lieutenant Commander Alastair Corbett, RN, con Waring che fa lo stesso per Major Gosling. Che combriccola. In questo folle universo dell’establishment capitano gli sfortunati borghesi Mr e Mrs Wadhurst dalla Malesia (Hallard e Crowe), finendo letteralmente impigliati nel mondo dell’alta società.

Ma il pezzo conclusivo è forse il più strano. Come un racconto di Somerset Maugham smorzato, è un esame lucidissimo e sobrio di cose che vanno male. E poi peggio. Ci sono poche risate. L’aria sembra schiarirsi e restiamo lì, a guardarci dentro con grande severità. Per tutta l’allegria precedente, c’è ben poco di divertente in una vita che deraglia, nel non ottenere ciò che credi di volere più di ogni altra cosa. È freddo, distaccato, essenziale e impietoso, e assesta un colpo basso che ci rimanda a casa con più pensieri in testa che battute da ricordare. È questo, in fondo, di cosa parla la vita? Coward non indugia un attimo oltre il necessario perché quell’idea si depositi nella mente. E il resto, sembra suggerire, tocca a noi: andare via e provare a metterlo in ordine da soli.

Un pacchetto straordinario, che farà invidia a molti altri teatri della città e del Paese. Geniale.

In scena al Jermyn Street Theatre fino al 20 maggio 2018

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