Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

Dal 1999

Notizie e recensioni affidabili

26

anni

il meglio del teatro britannico

Biglietti ufficiali

Scegli i tuoi posti

  • Dal 1999

    Notizie e recensioni affidabili

  • 26

    anni

    il meglio del teatro britannico

  • Biglietti ufficiali

  • Scegli i tuoi posti

NOTIZIE

RECENSIONE: Traduzioni, National Theatre ✭✭✭✭✭

Pubblicato su

23 ottobre 2019

Di

sophieadnitt

Share

Sophie Adnitt recensisce Translations di Brian Friel, attualmente in scena all’Olivier Theatre del National Theatre.

Il cast di Translations. Foto: Catherine Ashmore Translations

National Theatre, Olivier

Cinque stelle

Prenota i biglietti Di ritorno per una nuova ripresa (seppur con un parziale rimpasto del cast), la produzione del 2018 del National Theatre di Translations di Brian Friel giustifica ampiamente il suo ritorno sul palco dell’Olivier.

Ambientato nell’Irlanda degli anni Trenta dell’Ottocento, lo spettacolo segue una comunità rurale alle prese con l’arrivo di soldati inglesi incaricati di realizzare una mappa dell’Ordnance Survey. I due gruppi mantengono una distanza diffidente finché il figlio prodigo Owen (Fra Fee) non torna a casa al servizio degli inglesi come traduttore. A Owen viene affidato, insieme al tenente inglese Yolland (Jack Bardoe), il compito di anglicizzare i toponimi della zona, cancellando così generazioni di storie che avevano dato origine a quei nomi. Il processo suscita una risposta decisamente contrastante nella comunità di Owen, e le cose si complicano ulteriormente quando Yolland inizia a innamorarsi dell’Irlanda.

Dermot Crowley e Judith Roddy in Translations. Foto: Catherine Ashmore

La splendida scenografia di Rae Smith riempie il palco dell’Olivier con un campo smosso, ferito ma indomito, che i personaggi attraversano a fatica, mentre il disegno luci di Neil Austin è semplicemente mozzafiato. Eppure, in qualche modo, anche in questo spazio immenso, la regia di Ian Rickson riesce a creare un’intimità straordinaria. Soprattutto nella prima parte, lo spettacolo sprigiona un calore inatteso, mentre il maestro della hedge school Hugh (Ciarán Hinds) tenta di condurre la lezione: parla in latino, cita miti greci, incalza gli allievi con domande, li manda a cercare l’origine di determinate parole. Le parole sono al centro di questo testo. È un omaggio alla lingua dal tono quasi da necrologio, reverente verso il passato e verso l’ignoto (a un certo punto Yolland ripete sottovoce i nomi irlandesi che Owen legge ad alta voce, come fossero una preghiera).

Rufus Wright, Fra Fee, Jack Bardoe. Foto: Catherine Ashmore

Ma anche con questo calore e questi ritmi che sembrano scolpiti nelle ossa delle persone, l’arrivo di Owen manda tutto fuori asse. Fra Fee offre una prova notevole, interpretando Owen inizialmente con una cordialità esuberante che suona decisamente stonata, distinguendolo subito dalla sua stessa famiglia. Più avanti, parla della propria terra con quasi un ghigno, con l’aria di chi è scappato dalla provincia per la città e non aveva mai davvero intenzione di tornare. È quasi imbarazzato dal proprio passato e dalla propria comunità, e si mostra apertamente incredulo di fronte agli elogi di Yolland. È un ritratto intrigante e complesso, soprattutto quando le sue scelte finalmente presentano il conto e lui resta sospeso tra due mondi; irlandese e inglese, passato e futuro, tradizione e progresso. I pensieri gli si leggono in faccia, nitidi.

Nel resto del cast, Jack Bardoe dona a Yolland sincerità e una giovanile apertura al mondo, al suo debutto professionale in teatro. Judith Roddy conferisce una notevole dignità e nobiltà alla testarda Maire, e Liadán Dunlea, nei panni della nervosa e schiva Sarah – a cui le parole sfuggono proprio quando le servono di più – è irresistibilmente coinvolgente. Il fatto che Dunlea riesca a far percepire, in sottofondo, un’intera storia non detta per Sarah mentre attorno a lei scorrono i personaggi più loquaci – basta osservare come reagisce a chiunque le stia vicino – è straordinario.

Jack Bardoe e Judith Roddy. Foto: Catherine Ashmore Poi c’è Ciarán Hinds, che dal momento in cui entra in scena ti convince completamente di esserci: è a Baile Beag, nel 1833, e qui non esiste alcun pubblico; c’è solo Hugh, che abita in pieno il mondo del testo. Nei panni di Hugh, Hinds oscilla tra un’inadeguatezza ubriaca e un’intelligenza feroce, mentre la sua autorità scivola lentamente via, insieme al modo di vivere che ha sempre conosciuto. Verso la fine, Hinds/Hugh fissa Fee/Owen con un’intensità tale che mi sorprende non gli abbia letteralmente bruciato dei buchi addosso. Il suo monologo finale, una recitazione ebbra dell’Eneide di Virgilio, rende silenzioso e rapito un pubblico che fino a poco prima si agitava e tossiva. «Le parole sono segnali», dice Hugh, «non sono immortali». È un sentimento che suo figlio riecheggia in parte poco prima, quando Owen protesta: «È solo un nome», a proposito dell’insistenza del soldato inglese nel chiamarlo con il nome sbagliato. Suggerisce che, per quanto questo sia un testo sulle parole, è anche molto di più. È un testo sull’inevitabilità e su una perdita lenta, inarrestabile; sull’essere tirati da una parte e dall’altra e sul non essere mai davvero “abbastanza” dell’uno o dell’altro. Immensamente potente e messo in scena con grande forza, Translations si conferma più che mai come una delle produzioni da non perdere quest’anno. Non lasciatevela scappare.

PRENOTA I BIGLIETTI PER TRANSLATIONS

Condividi questo articolo:

Condividi questo articolo:

Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta

Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.

Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy

SEGUICI