NOTIZIE
RECENSIONE: Dodici uomini arrabbiati, Teatro Garrick ✭✭✭
Pubblicato su
Di
stephencollins
Share
Dodici uomini arrabbiati Dodici uomini arrabbiati Garrick Theatre 12 novembre 2013
Reginald Rose sapeva come costruire un testo teatrale e sapeva scrivere dialoghi asciutti e incisivi, autentici e risonanti, capaci di far avanzare o approfondire i personaggi, di essere divertenti o perentori (o entrambe le cose) e di servire la pièce con naturalezza. Il suo lavoro più celebre, a ragione, è Dodici uomini arrabbiati, attualmente in ripresa al Garrick Theatre in un allestimento diretto da Christopher Haydon.
La pièce segue le deliberazioni di una giuria interamente maschile in un processo per omicidio: all’inizio 11 giurati ritengono l’imputato colpevole, alla fine viene emesso un verdetto di non colpevolezza. Si dice spesso che il testo parli della rettitudine della giustizia, ma non è così: parla di persone comuni chiamate a fare qualcosa di straordinario, del ruolo che ciascuno di noi può (e deve) avere in una società sana. Ed è un’analisi seria e completa di come il pregiudizio possa distruggere vite.
Per molti versi, il testo è d’altri tempi, ma è un punto di forza più che una debolezza. Può spiccare il volo quando gli attori sono abbastanza intelligenti (e sottili) da centrare alla perfezione i loro personaggi (nessuno è uguale all’altro), restituendo un campione variegato della società.
Oggi è difficile capire perché non venga presentato senza intervallo; di certo la tensione reggerebbe benissimo una visione in un unico tempo e la durata resterebbe ampiamente sotto le due ore.
Il testo richiede pochissimo in termini di scenografia, ma qui la produzione è sostenuta al meglio dall’ingegnoso impianto scenico di Michael Pavelka (con tanto di tavolo dei giurati girevole che non si vede mai muovere, ma che puntualmente si sposta) e dalle luci altrettanto intelligenti di Mark Howland.
Per funzionare davvero, però, la pièce ha bisogno di dodici attori notevoli, nessuno dei quali senta il bisogno di fare la star. Ogni personaggio ha il suo momento, e il testo rende al massimo quando gli si permette di averlo, quando il dramma si dispiega come la sinfonia che in realtà è: raggiunge crescendo e poi si ritrae, si ricompone, torna a impennarsi di nuovo e ancora, mentre diversi giurati/strumenti passano in primo piano.
Ma ci sono cinque giurati chiave (3, 4, 8, 9 e 10) sulle cui spalle poggiano i passaggi centrali.
Martin Shaw è un magnifico 8, il giurato che crede nel ragionevole dubbio e cambia lentamente l’opinione degli altri. Robert Vaughn è valido come il vecchio, il 9, ma legge molte battute (da un copione chiaramente nascosto sul tavolo) e spesso lo si vede in scena mentre ripassa le frasi che deve ancora dire. Tuttavia, quando è davvero nel momento, è ipnotico.
Jeff Fahey (3, il padre ferito, pieno di risentimento verso i giovani) e Miles Richardson (10, il razzista di turno) non sono all’altezza della sfida complessiva dei loro personaggi ripugnanti e, purtroppo, si perdono snodi drammatici fondamentali. Potrebbe dipendere più da scelte registiche che dalle capacità interpretative, perché entrambi sembrano perfettamente in grado di offrire una prova di ben altro peso. Ma qui non si raggiunge mai la vera tensione che ciascuno di quei due giurati, separatamente, può generare.
Questa sera Luke Shaw è entrato in scena come 4 ed è risultato poco convincente sotto ogni aspetto: nel 4 c’è un nocciolo d’acciaio e una sicurezza di convinzione che qui mancavano del tutto. Il 4 è prevenuto quanto il 10, solo che lo è riguardo alla propria superiorità. È un pilastro della drammaturgia e, senza di esso, molto va perso.
Martin Turner (11, l’immigrato) e Nick Moran (7, l’appassionato di baseball) sono entrambi eccellenti nelle loro caratterizzazioni, anche se a entrambi servirebbe più lavoro su accenti e ritmo della parola.
Robert Blythe (6), Edward Franklin (5) e Jon Carver (la controfigura del Capogiuria) se la cavano egregiamente; gli altri molto meno.
È una serata a teatro che vale la pena, piuttosto avvincente, ma non raggiunge il livello di eccitazione che dovrebbe. E non sembra una questione di cast. Piuttosto, dipende da una regia opaca, che insiste più sui movimenti che sui doni offerti dal dialogo e dai colpi di scena della trama.
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy