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RECENSIONE: Due Gentiluomini Di Verona, RSC, Royal Shakespeare Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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RSC I due gentiluomini di Verona. Foto: Alastair Muir I due gentiluomini di Verona 16 agosto 2014 4 stelle

Ti sembra davvero di essere in Italia. C’è qualcosa nella combinazione di tavoli per cenare all’aperto, completi di tovaglie a quadretti rossi, musicisti allegri che suonano motivetti birichini, il via vai frenetico dei camerieri, aeroplanini di carta che sfrecciano e zigzagano, e avventori blanditi a prendere un gelato o un calice di bollicine da camerieri loquaci e civettuoli, sempre con un occhio alla signora di passaggio: il tutto è irresistibile. E sopra a questo movimento, file di luci rosse a forma di cuore che regalano insieme un bagliore romantico e una sensazione di divertimento sensuale.

Qualunque sia il tuo umore, entrando al Royal Shakespeare Theatre e trovandoti davanti allo spettacolo di colori e gioia – offerto dal delizioso progetto scenico di Paul Wills per il debutto di Simon Godwin alla regia per l’RSC, una ripresa di (probabilmente) la prima opera di Shakespeare, I due gentiluomini di Verona – non puoi fare a meno di sorridere.

È la commedia di cui si parla molto e che viene citata in Shakespeare in Love. Si mette in scena di rado e in molti la considerano un testo “problematico”.

Eppure a me non è mai parsa tale e, nelle mani di Godwin, scintilla con un senso semplice e limpido di amore, desiderio e delle sciocchezze che si fanno quando uno dei due prende il controllo del cuore.

Molti dei concetti, delle idee, delle ambientazioni e dei colpi di scena per cui Shakespeare diventerà celebre si vedono qui – per la prima volta.

Gli amici messi alla prova dagli amori che li dividono. Le ragazze che si travestono da ragazzi per far emergere la verità o trovare libertà. Il contrasto tra vita di città e vita di campagna. Le tensioni tra padri e figli. I problemi delle nozze promesse senza che l’amore rientri nell’equazione. L’uso del buffone per ravvivare l’azione o cambiare registro quando tutto si fa troppo cupo. Gli scambi di persona. Momenti di semplicità mozzafiato ma di straziante intensità – qui, per esempio, quando Proteo consegna alla Giulia travestita l’anello che lei gli aveva dato, chiedendo alla “ragazza” travestita di portarlo a un’altra donna; oppure quando la stessa Giulia travestita guarda il ritratto di Silvia e chiede: “Che cosa c’è in questo ritratto che io non ho?”.

Godwin dirige con chiarezza e slancio. La storia è raccontata con pulizia, con un ritmo eccellente, e si creano molte immagini sceniche di grande bellezza. La splendida partitura di Michael Bruce e le luci favolose di Bruno Poet funzionano particolarmente bene nell’amplificare la visione di Godwin.

È una sorta di rilettura in costumi contemporanei della Verona e della Milano di un tempo. Non è propriamente “moderna”, ma di certo non è classica. Ha una qualità ineffabile che la colloca più nel “qui e ora” che nel “lì e allora” (c’è, per esempio, un momento esilarante in cui Speed spalanca le porte del balcone per il suo padrone, Valentino, e il frastuono di auto e traffico moderno è travolgente), e questo si aggiunge all’effetto complessivo dello spettacolo.

È divertente in molti punti, esattamente dove dovrebbe esserlo, ma è altrettanto cupa e acuta nei passaggi più duri. L’inseguimento bramoso di Proteo nei confronti di Silvia non viene edulcorato e fa davvero impressione quando arriva a minacciare praticamente di stuprarla. Anche l’orrore intrinseco della situazione di Silvia con l’orribile promesso sposo, Turio, è chiarissimo – così come il pericolo rappresentato dai fuorilegge nel bosco per gli innocenti di passaggio.

Proteo è un ruolo terribilmente difficile da far funzionare. Vuole bene al suo migliore amico, Valentino, e adora Giulia. Ma quando va a Milano da Valentino, scorge Silvia e il desiderio per lei lo travolge, portandolo a tradire Valentino e a trattare Giulia come se fosse morta. Poi, quando Silvia lo respinge, per la terza volta, è disposto a stuprarla pur di averla. L’intervento di Valentino lo salva da se stesso e lo shock sembra rimetterlo in carreggiata, di nuovo tra le braccia di quella Giulia che ha cercato di aiutarlo a corteggiare Silvia, tanto grande è il suo amore per lui.

Mark Arends è magnifico nel ruolo. Trasmette una “stortura” interiore appena percettibile, perfetta per questa creatura mercuriale, schiava delle proprie passioni. Rende credibile il percorso, maneggia il testo in modo impeccabile e fa sì che ogni relazione appaia sensata e plausibile.

Michael Marcus è sensazionale nei panni di Valentino: alto, magrissimo, smarrito e innamorato. Sprigiona carisma e stile e fa di Valentino un eroe per tutte le stagioni. Il suo discorso su Silvia è consegnato con una brillantezza abbagliante: tutta l’angoscia e il calore ardente dell’amore, cristallizzati e vorticosi, occhi spalancati e cuore che scoppia. Ancora una volta, ogni cosa in questa interpretazione era vera e coinvolgente. Un’interpretazione davvero, davvero notevole.

Ma ancora più folgoranti sono le splendide protagoniste. Sarah Macrae rende Silvia focosa, determinata, intelligente e integerrima. Per non parlare del fatto che è mozzafiato. La sua reprimenda a Proteo per aver abbandonato Giulia è semplicemente splendida. E il suo disprezzo per Turio, la paura del padre – il Duca di Milano – e la curiosità verso Valentino sono tutti elementi dosati e interpretati con grande finezza. È di prim’ordine.

Così come Pearl Chanda, che vola alto nel ruolo di Giulia. È deliziosa come la bella ragazza di Verona con molti pretendenti ma con un debole per Proteo, ma dà davvero il meglio di sé quando si traveste, diventando Sebastian. La sua desolazione trattenuta nel momento in cui Proteo le consegna l’anello che lei gli aveva dato è ipnotica. In effetti, tutto il suo lavoro “in pantaloni” è eccezionale.

Questi quattro giovani attori debuttano tutti all’RSC in questa stagione, in ruoli difficili. Lavorano meravigliosamente insieme e sono tutti da tenere d’occhio.

Come Martin Bassindale che, nei panni di Speed, il servo di Valentino, regala molte delle risate dello spettacolo. È strepitoso. Una consegna arguta e precisa delle battute si unisce a un talento per la comicità fisica e l’espressività, dando vita a uno dei buffoni memorabili di Shakespeare.

Nicholas Gerard-Martin è gloriosamente tremendo nel ruolo dell’orribile Turio, e la sua “serenata” agghiacciante e pacchiana a Silvia – con tanto di rose scagliate – fa gelare il sangue e rabbrividire fin nelle ossa. È uno studio di brutalità greve, arrogante, priva di fascino e intrisa di diritto acquisito. Magnifico.

Roger Morlidge si diverte un mondo nei panni di Launce, il servo di Proteo, e di conseguenza si diverte anche il pubblico. Ha le scene con Crab, il cane, un vero ruba-scena a quattro zampe (un inchino per Mossup) e sono tutte ricche di risate.

In questa compagnia non ci sono anelli deboli. Tutti sanno recitare e dire il testo con lo stile necessario a garantire comprensibilità e interesse – e soprattutto la comprensione dei temi sottesi.

Magicamente, alla fine dello spettacolo non ci sono certezze. Valentino dice che le coppie di innamorati si sposeranno – ma quanto di ciò che Valentino ha detto accadrà davvero, accadrà poi? Succederà? Cosa pensa davvero Silvia? E Giulia perdonerà Proteo così facilmente? Dovrebbe?

Godwin rende I due gentiluomini di Verona inesauribilmente coinvolgente, affascinante e capace di mettere a disagio. L’azione si compie; i pensieri su quell’azione continuano a lavorare e a richiedere riflessione anche molto dopo che le luci di sala si sono riaccese per l’ultima volta.

È meraviglioso vedere una commedia piccola, praticamente sconosciuta, sul palcoscenico principale di Stratford. Un debutto di ottimo auspicio per Godwin e un ulteriore buon segnale della gestione dell’RSC da parte di Gregory Doran.

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