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RECENSIONE: Violet, Teatro Charing Cross ✭✭✭✭

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julianeaves

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Julian Eaves recensisce il musical Violet di Jeanine Tesori e Brian Crawley, ora in scena al Charing Cross Theatre.

Il cast di Violet. Foto: Scott Rylander Violet Charing Cross Theatre, 21 gennaio 2019 4 stelle Prenota ora Ci sono molte cose da celebrare in questa nuova produzione nella “casa” del direttore artistico Thom Southerland; su tutte, una grande partitura, un’interpretazione splendida e un meraviglioso nuovo allestimento della sala.  È un’ulteriore piuma nel cappello della trasformazione del teatro voluta da Southerland e fa ben sperare per il futuro dell’insolito spazio dei proprietari Steven Levy e Sean Sweeney: un West End in miniatura, con poco più di 260 posti, che offre l’intimità delle produzioni Off-West End o Fringe proprio nel cuore della città.  Questa iniziativa – la prima professionale nel Regno Unito di uno spettacolo di vent’anni fa firmato dalla compositrice Jeanine Tesori e dal librettista Brian Crawley – è una mossa coraggiosa dei produttori interni Levy e Vaughan Williams e segna anche l’inizio di una notevole nuova collaborazione in co-produzione con Umeda Arts Theatre Co, Ltd. di Osaka, Giappone. Matthew Harvey (Monty) e Kaisa Hammarlund (Violet) in Violet. Foto: Scott Rylander Il premio principale qui, senza alcun dubbio, è la partitura straordinariamente bella e cantabile di Tesori: un tripudio di melodie splendide e ritmi vibranti, sostenuti da orchestrazioni ricchissime di Rick Bassett, Joseph Joubert, Buryl Red e Jason Michael Webb, eseguite da una band di 9 elementi – tastiere, chitarre, archi e percussioni – guidata con impeccabile brio da Dan Jackson.  Gli arrangiamenti vocali per il cast di 12 sono ancora più deliziosi e valorizzano il bel canto di questa ottima compagnia, lasciandola brillare nei magnifici numeri corali dello spettacolo (aspettate solo il coro finale: non vorrete che finisca!). Kieron Cook (Padre) Rebecca Nardin (Violet da giovane) e Kaisa Hammarlund (Violet) in Violet. Foto: Scott Rylander A Morgan Large viene affidato di nuovo il disegno di questo ambiente scenico quotidiano, rivestito di legno, e l’aggiunta di una piattaforma girevole nella zona scenica “in the round”, ora decentrata, è un’idea ispirata: sfrutta al massimo i pochi e vari elementi d’arredo e dona un senso di movimento indispensabile in una storia che – dopotutto – parla di un viaggio.  Un viaggio in autobus: da Spruce Pine, North Carolina, a Tulsa, Oklahoma, su un Greyhound, seguendo il pellegrinaggio disperato e appassionato della protagonista sfigurata mentre cerca, attraverso la fede, un balsamo di trasformazione.  È un racconto strano, adattato dall’opera dell’accademica e scrittrice di racconti Doris Betts.  Viene spontaneo pensare ad altri musical basati su viaggi picareschi (quello di Candide, per esempio) e a quanto sia difficile farli funzionare: il protagonista sembra sempre sfuggirci. Kenneth Avery Clark (Predicatore) e il cast di Violet. Foto: Scott Rylander In mani meno esperte, questo spettacolo rischierebbe facilmente di non decollare; ma la protagonista Kaisa Hammarlund è assolutamente all’altezza delle molte insidie del ruolo e, investendolo di ogni briciolo della sua energia e del suo spirito, fa tutto ciò che è possibile per farvi credere in questa donna triste e sola, alle prese con l’eredità di un danno al volto subito da bambina e con l’amaro risentimento verso il padre che forse ha lasciato che accadesse e verso il chirurgo ubriaco che ha fatto troppo poco per ricostruirle l’aspetto.  Sì, è un’altra storia su come le donne siano vittime di uomini potenti – e imperfetti.  E lo spettacolo sembra volerci fare la predica, dicendoci quanto sia terribile e quanto dovremmo sentirci in colpa. Angelica Allen (Cantante da music hall) e compagnia. Foto: Scott Rylander Come intento, può anche andare bene, ma non produce molto in termini di vero teatro.  Anzi, questo show è stato criticato con costanza per le debolezze nella caratterizzazione e per la rigida implausibilità con cui mette in scena le varie relazioni sottoposte alla nostra “analisi forense”.  Qui questi problemi restano, per quanto il regista Shuntaro Fujita (da Osaka) faccia tutto il possibile per tenere la macchina in movimento, distraendoci quanto può dal notarlo, spesso però al prezzo di perdere i battiti drammatici della storia e di tagliare il coinvolgimento del pubblico proprio quando – viene da pensare – l’obiettivo dovrebbe essere stimolarlo.  Anche Cressida Carre fa lo stesso con le sue coreografie (anche se se ne vede troppo poca, e quel poco non ha la possibilità di spiegare davvero le ali).  E il cast riversa una notevole quantità di talento negli altri ruoli. Il seduttore lirico Monty di Matthew Harvey è atletico e affascinante, ma il copione mette ostacolo dopo ostacolo nel renderlo un personaggio credibile.  La sua controparte è il suo (a quanto pare) migliore amico e rivale in amore: Flick, interpretato da Jay Marsh, solido ma sincero, una personalità ancora meno verosimile.  Come per tutti gli altri, quando cantano la musica rapita e splendida di Tesori, non vi importa poi così tanto della stranezza delle loro traiettorie narrative.  Ma appena la musica si ferma – spesso bruscamente, quando urta contro la pesantezza del libretto – ogni momento di magia si spegne. Janet Moody (Anziana), Rebecca Nardin (Violet da giovane) e Kaisa Hammarlund (Violet) in Violet. Foto: Scott Rylander Gli altri membri del cast hanno un compito ancora più arduo, con sempre meno sostanza su cui lavorare: Keiron Crook è un Padre sincero; Kenneth Avery Clark si sforza al massimo di trovare umorismo nelle battute cupamente piatte di Crawley per il Predicatore – se solo la regia lo aiutasse di più – e c’è davvero ben poco altro su cui sorridere in questa storia triste; le splendide Simbi Akande e Angelica Allen sono scandalosamente sotto-utilizzate nelle loro apparizioni successive come Lula e la Cantante da music hall (e pensavo che questo spettacolo dovesse parlare di emancipazione femminile?).  Il “padrone di casa” James Gant regala un altro cameo puntiglioso come Leroy, Danny Michaels è un Billy Dean intensamente delineato e Janet Mooney concentra quanto può nell’Anziana e nella Prostituta dell’hotel.  (Sì, questo NON è un copione che rifugge gli stereotipi!)  Ma il posto d’onore tra i ruoli secondari spetta sicuramente a Young Violet, che alla prima stampa abbiamo visto interpretata dalla grintosa e vivace Amy Mepham, cresciuta visibilmente nel corso della serata, fino a trovare una voce convincente.  Il suo è un ruolo molto più accattivante rispetto all’altra giovane protagonista femminile creata da Crawley, quella per Little Princess di Jonathan Lippa.  Eppure, per gran parte del tempo, sembra di tornare a calpestare non tanto dove sono state schiacciate le “uve dell’ira”, quanto il territorio fin troppo noto di tanti racconti gotici del Sud, da Key Largo a The Rainmaker fino, ancora e ancora, a Il Mago di Oz. Eppure, eppure, eppure...  Quando cantano, smettete semplicemente di preoccuparvi delle infelicità del testo.  Sì, ci sono nuove lezioni da imparare su come – e se – amplificare le voci in questa nuova configurazione, e il sound design di Andrew Johnson è destinato a maturare con il procedere della tenitura.  Le luci esperte di Howard Hudson, invece, sono assolutamente perfette: sostengono l’ampio respiro epico del viaggio, mentre ci attirano fin dove il copione ci consente nel mondo privato di queste piccole persone dalle grandi passioni.  Il cuore vorrebbe dare quattro stelle allo sforzo complessivo, ma so già che la regia finirà per intrudere e spingermi lontano dal coinvolgimento nella loro lotta, lasciandomi solo tre.  È un po’ ingiusto, vista la straordinaria dedizione messa in questo lavoro.  Quindi, sapete che c’è? Ignorerò quel pensoso “Entfrendungseffekt” e seguirò ciò che la partitura continua a cantare nella mia anima...

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