NOTIZIE
RECENSIONE: Volpone, Brockley Jack ✭✭✭
Pubblicato su
13 ottobre 2015
Di
timhochstrasser
Share
Volpone
Brockley Jack Theatre
01/10/15
3 stelle
«Le ricchezze, per la fortuna, sono un bene più grande di quanto la saggezza lo sia per natura» - Volpone
Qualche anno fa sono andato a una masterclass di musica classica dedicata non alle note, ma alle pause. Era incentrata interamente su dove i cantanti dovrebbero e non dovrebbero respirare in elaborate arie barocche, ribollenti di terrificanti colorature. In un punto in cui Bach o Händel avevano scritto un passaggio senza evidenti spazi per prendere fiato, si provarono varie opzioni e il pubblico votò. Per tutti noi, una volta ascoltato, era chiaro dove stessero la pausa naturale e il fraseggio. C’era una risposta giusta, ma dovevi trovarla da solo: non era scontata.
Ho ripensato a quell’episodio durante la prima stampa di questa produzione meritevole ma imperfetta di Volpone al Brockley Jack. Il testo di Jonson del 1605 è ricco di soliloqui e discorsi cesellati, che frizzano di un vistoso lessico di matrice latina e di paradossi elaborati. Districarsene richiede abilità, e farlo con la necessaria scioltezza e disinvoltura presuppone, prima di tutto, un orecchio precisissimo per respiro, ritmo e proiezione retorica. Nient’altro basta. Al di sotto delle superfici scintillanti e insidiose del verso sciolto, la navigazione diventa molto più lineare. Jonson racconta di Volpone – un ricco ipocondriaco veneziano – e del suo insinuante parassita, Mosca (la mosca), che insieme adescano i cacciatori di fortuna facendogli credere di poter ereditare il patrimonio della scaltra volpe. È una favola morale stereotipata, alla maniera di Esopo, dove invece di personaggi individuali e sfumati ci sono fasci di caratteristiche: Corbaccio, il corvo, Voltore, l’avvoltoio, Corvino, la cornacchia – che si muovono in una griglia più o meno prevedibile. Lo stile di recitazione deve quindi essere comico, consapevole, rapido e furibondo; godersi il banchetto delle possibilità retoriche mantenendone al contempo una distanza ironica: un parallelo moderno ragionevole potrebbe essere Blackadder.
Tuttavia, non è soltanto una parabola sull’avidità e le sue insidie. Lo scopo più profondo di Jonson è chiedersi se, sul lungo periodo, il possesso delle ricchezze non rappresenti un vantaggio maggiore della saggezza naturale: una domanda più inquietante, soprattutto se accostata all’idea di Mosca secondo cui, nei nostri rapporti sociali, siamo tutti in qualche modo parassiti, per quanto ci illudiamo del contrario lungo la strada.
Il testo debuttò al Globe e rimase costantemente popolare finché i Vittoriani non persero il senso dell’ironia. Negli ultimi anni ha conosciuto un ritorno travolgente, non da ultimo grazie alla produzione del National Theatre del 1974, con un cast da sogno: Paul Scofield e Ben Kingsley nei ruoli principali, e il lusso di John Gielgud e Ian Charleson in parti minori.
Volpone deve dominare e guidare l’azione, orchestrando gli intrighi nella prima metà, e Mosca prende poi il testimone nella seconda. Entrambi devono essere attori di autentica abilità e carisma, ma anche una grande squadra, affiatata e collaborativa. Se uno dei due non è in serata, l’insieme non può riuscire. Nel caso della recente produzione della RSC recensita da Stephen Collins era Mosca a non essere all’altezza; qui, purtroppo, è Volpone. Alla prima stampa Steve Hope-Wynne non sembrava padroneggiare pienamente il testo, sia nei contenuti sia nel modellarne l’andamento, e in questo repertorio semplicemente non c’è modo di nascondersi. Si spera che questi problemi vengano risolti nel corso delle repliche, e molto di tutto ciò dipende, come dicevo all’inizio, da questioni di respiro e di struttura, proprio come nella preparazione del repertorio operistico.
In contrasto, il Mosca di questa produzione è stato straordinario. Nella resa dei monologhi e nei botta e risposta a mitraglia che deve governare, Pip Brignall ha reso piena giustizia ai materiali superlativi che Jonson gli mette in mano. È un’interpretazione meravigliosamente sfuggente, con forme di adulazione ben differenziate per ciascuno dei possibili gonzi e una gamma viscida e strisciante di movimenti scenici del tutto coerente con il personaggio. La seconda metà ha acquisito così un andamento disinvolto, davvero notevole e coinvolgente.
I pretendenti avidi sono tipi fissi, e non si vede all’orizzonte alcun personaggio convenzionalmente “buono”: persino Bonario e Celia, vittime innocenti degli intrighi, sono tratteggiati da Jonson con estrema leggerezza e non catturano a lungo la nostra attenzione emotiva. C’è stato un buon lavoro da parte di vari attori in queste parti caricaturali; tra tutti spiccava Rupert Bates, con un pulito gioco di prestigio da avvocato nel ruolo di Voltore, il legale.
Jonson investe più energia nel sottotrama che coinvolge lo stralunato viaggiatore inglese Sir Politick Would-Be, interpretato qui da Edward Fisher come un delizioso tipo alla Mr Pooter, placidamente staccato dalla realtà, con un uguale miscuglio di insicurezza e posa. Sua moglie, Lady Would-Be, è un’altra riuscita creazione comica, piena di nonsensi pretenziosi e borbottii altisonanti, e Ava Amande la tratteggia come una sorta di Vivienne Westwood, ignara della costernazione che provoca in chi la circonda. Ho visto altrove allestimenti in cui questa sottotrama appesantisce la seconda parte, ma qui i loro interventi e intermezzi sono stati deliziosi ritratti delle tribolazioni degli “inglesi all’estero”.
La regista Cecilia Dorland, per la compagnia Scena Mundi, ha dato allo spettacolo un sapore anni Venti nei costumi, nelle scene e nella musica. Non ho avuto l’impressione che questa ambientazione offrisse particolari chiavi di lettura, ma certamente fornisce la base per alcuni numeri musicali scatenati e spensierati, inclusa una conga d’addio che chiude la serata con eleganza. La scenografia era minimale, ma dati i vincoli di spazio è inevitabile. Ci sono stati alcuni tagli al testo, ma non tali da danneggiare l’integrità dell’insieme. Nel finale Jonson fa sì che tutti ricevano ciò che meritano: «I misfatti si nutrono come bestie finché sono grassi e poi sanguinano». Tuttavia, chiarisce anche che questo spesso è ben lontano dalla giustizia vera e propria, e ciò è ben simbolizzato dal giudice che presiede (Anna Buckland), che durante tutto il procedimento beve ostentatamente a sorsi Veuve Clicquot.
Ci sono stati molti aspetti piacevoli e fantasiosi in questa serata, ma, proprio come nella Commedia della Restaurazione, esistono alcuni requisiti stilistici e formali per il successo che non sono negoziabili. Tutti i coinvolti in questa produzione hanno recitato con impegno e con un buon senso del ritmo e della proiezione in questo spazio intimo, ma la riuscita dell’insieme resta fondamentalmente dipendente dalla padronanza di un testo refrattario che, come l’oro di Volpone, lusinga per ingannare, a meno che l’attore non sia molto attento.
Volpone è in scena al Brockley Jack Studio Theatre fino al 17 ottobre 2015
Ricevi il meglio del teatro britannico direttamente nella tua casella di posta
Sii il primo ad accedere ai migliori biglietti, alle offerte esclusive e alle ultime novità sul West End.
Puoi annullare l'iscrizione in qualsiasi momento. Politica sulla privacy