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NOTIZIE

RECENSIONE: Wonderful Town, Ye Olde Rose and Crowne Pub Theatre ✭✭✭✭

Pubblicato su

18 ottobre 2016

Di

julianeaves

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Wonderful Town

Ye Olde Rose And Crowne Pub Theatre

14 ottobre 2016

Quando Tim McArthur e Aaron Clingham hanno dato vita a questo pub theatre otto anni fa, mi chiedo in quanti avessero intuito che sarebbe diventato in fretta uno dei posti giusti dove scoprire nuovi talenti straordinari, vedere spettacoli eccellenti che raramente passano nel circuito abituale e vivere una splendida serata a teatro. Ebbene, ci sono riusciti di nuovo con questa produzione sorprendentemente fresca e affascinante del seguito del 1953 di "On The Town", e ieri sera una sala gremita si è riunita per vedere il risultato.

McArthur, qui alla regia insieme al brillante relativamente nuovo arrivato nel ruolo di assistente (e performer molto noto in questo teatro), Jamie Birkett, apre lo spazio scenico trasformandolo in una sorta di piazzetta di pensione, con posti a sedere su tre lati. Le regole di licenza fanno sì che per questo titolo si possa avere o un’orchestra completa oppure una sola pianola: in questo intimo spazio non c’è posto per la band al completo, quindi abbiamo Clingham di lato con un modesto pianoforte verticale. Da qui discendono anche altre scelte di produzione: con la coerenza e la compattezza per cui questo teatro è ormai rinomato, il disegno scenico sposa questo principio essenziale e in scala ridotta, consegnandoci uno spazio quasi vuoto, rialzato in punti con pedane intagliate che richiamano i profili rettilinei di New York; la parete di fondo è tappezzata da un collage di ritagli di giornale – l’intera storia parla di persone dei giornali, che vogliono scrivere sui giornali o essere raccontate dai giornali – e la carta stampata arriva fino agli oggetti di scena, all’unica cornice di finestra.

Al cast, però, sono riservati costumi splendidamente coordinati che riflettono le tonalità monocrome della fotografia in bianco e nero o i seppia dell’immaginario della stampa, ravvivati qua e là da un lampo di rosso acceso da testata. È un look delizioso ideato da Ben Hathaway, e tutto è illuminato con semplice misura da Sky Bembury. I cambi di luogo sono molteplici, ma la luce – naturale o d’atmosfera – sembra sempre appartenere a quell’ambientazione con un realismo profondo, fatta eccezione per un ultimissimo, romantico guizzo finale che toglie il fiato. Lo stile interpretativo, invece, è molto più complesso.

Lo stile di recitazione dello spettacolo è il risultato di molte influenze creative che, insieme, ne compongono la trama. I racconti brevi autobiografici originali di Ruth McKenney apparvero sul The New Yorker alla fine degli anni ’30. Furono poi adattati in una pièce, "My Sister Eileen", da Joseph Fields e Jerome Chodorov nel 1940: in seguito, la stessa coppia adattò la propria versione per il libretto del musical, dove le cose si fecero ancora più complicate con l’arrivo del compositore Leonard Bernstein e dei due parolieri, Betty Comden e Adolph Green. Oggi, però, la maggior parte delle persone, se conosce l’opera, ricorda soprattutto il film del 1955, basato sulla pièce originale, che a sua volta era già stata portata sullo schermo un decennio prima.

È tutto molto New York. Un continuo via vai di influenze e incroci di destini, con gli interpreti stipati nello spazio più piccolo possibile – perlopiù in un angusto seminterrato che viene scosso a intermittenza da boati da terremoto al passaggio dei treni sopraelevati (EL) – e che scintillano tra loro in modi sorprendentemente creativi. Ed è questo, più ancora della trama sottilissima, il vero cuore dello spettacolo, ed è ciò che questa produzione ci restituisce con generosità.

Lizzie Wofford interpreta la principale voce “autoriale” dello spettacolo, Ruth: una donna intelligente, talentuosa e ambiziosa, che nel 1935 arriva con la sorella Eileen, la deliziosa Francesca Benton-Stage, nella capitale economica, culturale e sociale delle Americhe. Finito l’entusiasmo iniziale, si trovano davanti a una sfilata di difficoltà, molte intrise di un sessismo d’altri tempi: dagli spasimanti Baker (Aneurin Pasco), Frank (Hugo Joss Catton) e Chick Clark (Ashley Holman), a un ristoratore italiano fuori di testa (Joe Goldie), al fascinoso Valentin (Jon R Harrison), alla prostituta del quartiere dalla cui casa hanno ereditato l’appartamento – insieme alle visite della sua precedente clientela – Violet (Leah Pinney), e al loro aspirante artista di padrone di casa a Greenwich Village, Appopolous (Nik Chiappetta). Poco aiuto arriva dall’amica Helen (Francesca Pim) e dalla sua terrificante madre, Mrs Wade (Laurel Dougall), né dalle incursioni del fattorino di Kitty Whitelaw (con tanto di incredibili calcioni alla Charlotte Greenwood), o dagli interpreti dell’ensemble Lucie Horsfall e Anna Middlemass.

A metà del primo atto, l’energia sembra un po’ calare: una “cena” improvvisata è un disastro e le ragazze si scoraggiano. Ma poi ci rendiamo conto che sta accadendo davvero qualcosa di strano: c’è un altro elemento in gioco, che quasi non avevamo notato potesse avere un effetto (e che in effetti i critici spesso trascurano). Helen si è trovata un fidanzato, il calciatore poco vestito Wreck (Simon Burr), che è tanto innocente rispetto alla propria mascolinità, quanto tranquillamente a suo agio con essa, mentre gli altri ragazzi sono tutti aggrovigliati tra ansie e tensioni. Il suo numero, "Pass the Football", è – di fatto – il punto di svolta poco riconosciuto dello spettacolo, da cui le cose iniziano a girare a favore delle ragazze. È lo spirito del “tirare avanti” nonostante tutto che dà loro i mezzi per andare avanti e superare i problemi che la vita in città mette sulla loro strada. Con intelligenza, la funzione di Wreck è simbolica, più che direttamente influente: Ruth ed Eileen fanno le loro scoperte da sole, ma i cambiamenti in arrivo vengono annunciati da questo proto-"nuovo uomo", che se ne sta imperturbabile nell’appartamento abitato da due donne single, indossando solo canottiera e pantaloncini, stirando serenamente le pieghe dei loro vestiti. Un altro esemplare di questo tipo spunta nel secondo atto, con il meraviglioso gruppo di tassisti irlandesi, tra i quali il Lonigan di Jack Keane si rivela un rappresentante particolarmente affascinante.

Abbiamo già notato quanto la trama sia leggera e apparentemente inconsequenziale, e osservato come non sia che un modo per passare da un’idea interessante alla successiva: sono le idee stesse a elevare questo intrattenimento in un territorio nuovo e insolito. Per esempio, al centro dell’Atto 1 la sequenza di canzoni si interrompe per un bel po’, e passiamo molto tempo a conoscere bene i personaggi. Ci rendiamo conto di quanto ci somiglino, nonostante la distanza nel tempo e nello spazio; siamo portati a scoprire da soli quanto abbiamo in comune con la loro psiche, le loro motivazioni, i loro sentimenti e le loro speranze. A poco a poco, le due sorelle dell’Ohio si affermano sempre di più, accogliendo ogni cosa con grazia intelligente e ironia. Quando finalmente per Ruth qualcosa va per il verso giusto, non riesce a trattenere un’esplosione di emozione: Baker, che le ha fatto un favore e ai nostri occhi è maturato e cresciuto, chiede: "C’è qualcosa che non va?" Ruth risponde: "No. Ho solo un’allergia... alle buone notizie."

Lo stesso tocco leggero pervade il copione brillante e scorrevole e ci tiene totalmente dalla parte delle ragazze del Midwest, tifando per loro fino al successo finale. Il testo è molto urbano, colto e da alta commedia: e questo presenta anche delle sfide, in termini di dizione, tempi comici, fraseggio, uso del gesto e del movimento, e così via. Il teatro di repertorio dello Ye Olde Rose and Crowne, però, si è dato il bellissimo compito di essere un luogo dove talenti più giovani o meno esperti possano affinare tecnica e mestiere su un repertorio impegnativo. E a dare espressione fisica a tutta questa vivacità ci pensa la splendida coreografia del nuovo arrivato in città in persona, Ian Pyle. Formatasi a Durham, la mano di Pyle rende ogni numero fortemente caratterizzato, con un proprio stile e una propria maniera: con lui, i grandi pezzi d’insieme, in particolare, non sono mai apparsi così riusciti; "Swing" (che include una sorta di proto-performance spoken word) e l’esuberante "The Wrong-Note Rag", soprattutto nella seconda metà, vi resteranno addosso con la loro eccitazione da pelle d’oca molto dopo essere usciti dal teatro.

E per tutto questo basta una corsa in Tube fino a Walthamstow e un biglietto dal prezzo contenuto. Quindi, va detto: in questi giorni a volte piuttosto cupi, dobbiamo ricordarci che Londra, proprio come la New York di questa storia di provinciali nella grande città, è una città meravigliosa.

Fino al 22 ottobre

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