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RECENSIONE: Caste, Finborough Theatre ✭✭✭
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Di
julianeaves
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Susan Penhaligon, Rebecca Collingwood, Paul Bradley, Duncan Moore e Neil Chinneck in Caste. Caste
Finborough Theatre,
Lunedì 3 aprile 2017
3 stelle
C’è un notevole brivido nell’ascoltare le voci che questo dimenticato melodramma comico ottocentesco ci restituisce: voci dal passato e da un mondo che a malapena riconosciamo e che, eppure, a un nuovo incontro ci sentiamo in dovere di ricordare e rispettare per ciò che è stato: una fase che andava attraversata, prima che si potessero raggiungere risultati migliori.
Due sorelle, Esther e Polly Eccles (Isabella Marshall e Rebecca Collingwood), quando non si guadagnano da vivere danzando nel “balletto” di locali come il “Theatre Royal Lambeth”, vivono a casa con il padre vedovo, buono a nulla e ubriacone, interpretato da Paul Bradley. Isabella è corteggiata da pretendenti di rango sociale superiore, George d'Alroy (Duncan Moore), che si presenta con l’amico militare al seguito, il capitano Hawtree (Ben Starr), mentre Polly ha attirato l’attenzione dell’ambizioso ingegnere del gas Sam Gerridge (Neil Chinneck). Quando alla madre di lui arriva voce della prossima unione del figlio, la marchesa de St Maur (Susan Penhaligon), discendente dai Plantageneti, si mette di traverso diventando la principale spina nel fianco del tentativo di Isabella di uscire dalla (piuttosto dignitosa) povertà e approdare al relativo comfort di una vita da consorte di un aristocratico di rango minore. È lei a farsi carico del lato più melodrammatico del testo, mentre la sua sorella soubrette si gode gli elementi più comici. La compagnia è ben scelta in ogni ruolo, con interpretazioni particolarmente riuscite di Starr, Bradley e Penhaligon, una graditissima energia da Collingwood e Chinneck e, da parte di Marshall, una forza di volontà rinfrescante e senza compromessi.
Neil Chinneck, Rebecca Collingwood e Isabella Marshall in Caste
È il sogno di ogni esploratore dei sentieri meno battuti della storia del teatro imbattersi, per puro caso, in un capolavoro perduto. Questi esploratori meritano la nostra ammirazione per la perseveranza e la determinazione con cui cercano di riportare alla luce opere sepolte dal tempo e dai capricci della moda, la cui gloria è stata dimenticata dai posteri. Allo stesso modo, però, non dovremmo giudicarli troppo severamente quando ciò che trovano si rivela meno che un tesoro incontaminato.
È il caso di questa commedia borghese di metà Ottocento, scritta con perizia, con dialoghi brillanti e una macchina scenica efficiente: “Caste”. Già il titolo indica chiaramente che si rivolgeva a un pubblico britannico perfettamente a suo agio con le strutture sociali interne dell’India – quell’immenso territorio dell’Asia meridionale da poco conquistato e ricondotto all’ordine con la forza dell’esercito britannico dopo la fallita rivolta del 1857 contro il controllo della Compagnia delle Indie Orientali. Le caste sono gli immutabili strati sociali in cui ogni indiano nasce e che delimitano i confini entro i quali può muoversi. L’opera si appropria del termine e lo applica alla società britannica, descrivendo gli assetti sociali domestici con la stessa inflessibilità del sistema, molto più antico e stabile, del subcontinente.
Come si intuisce facilmente, per “capire” davvero questo testo bisogna conoscere il contesto da cui proviene. È fuori dubbio che negli anni Sessanta dell’Ottocento, quando l’opera irruppe per la prima volta sulla scena, quel contesto fosse noto e che, senza alcun dubbio, il lavoro parlasse al suo pubblico in modo più immediato di quanto faccia oggi. Oggi, però, dobbiamo avvicinarci ad esso – come a qualsiasi opera drammatica – valutandone la capacità di creare un mondo proprio in cui farci entrare. Ed è lì che iniziano i problemi.
Duncan Moore e Isabella Marshall in Caste.
Come testo, l’intrattenimento di T. W. Robertson guarda indietro alle commedie del Settecento e, al tempo stesso, anticipa le questioni personali e sociali dei tardi vittoriani come Wilde, Shaw e Granville-Barker. Come molti lavori della sua epoca, se lo si confronta con i predecessori e con i successori, risulta un po’ esile. C’è una situazione coinvolgente al centro del pezzo, e la regista Charlotte Peters la sfrutta fino in fondo; inoltre il compositore e sound designer Theo Holloway dà corpo alle emozioni del dramma e inonda il teatro di una musica ben più ampia, tratta da partiture di balletto e d’opera dell’epoca. Ma è proprio la scarsità del materiale a decretarne il limite. Il gusto è cambiato. Oggi ci aspettiamo più sostanza a teatro. Come curiosità, resta un nobile esperimento di rianimazione di un testo che ha avuto il suo momento e che, per ragioni fin troppo evidenti, non è sopravvissuto.
Qualche anno fa, l’Old Vic ci ha regalato una straordinaria riscoperta di “Fortune’s Fool” di Turgenev, un capolavoro ingiustificatamente trascurato. Beati loro ad averlo trovato: non tutti possono essere così fortunati. Questo è un lavoro valido, ben allestito e ben recitato e finirà molto probabilmente per lasciarvi con l’idea che, per quanto riguarda lo sviluppo del teatro britannico dell’Ottocento, il meglio doveva ancora arrivare.
Fino al 18 aprile 2017
Foto: Greg Veit
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