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NOTIZIE

RECENSIONE: Confessional, Southwark Playhouse ✭✭✭

Pubblicato su

8 ottobre 2016

Di

julianeaves

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Audience, Audience, Lizzie Stanton, Jack Archer, Tim Harker, Audience. Foto: Simon Annand Confessional

Southwark Playhouse

7 ottobre 2016

4 stelle

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La prima di un testo di Tennessee Williams è un evento raro, e lo è ancor di più quando va in scena nel Little, lo spazio più raccolto della risposta di Elephant and Castle al National Theatre. Per questo allestimento, il pubblico siede in mezzo a una scenografia “da pub”, disposto democraticamente su sedie attorno a tavoli di legno lucidato, libero di servirsi da bere al bar o di entrare e uscire a piacimento, mentre ci sistemiamo per lasciarci assorbire da questa creazione straordinaria. Williams, grande sperimentatore, in questa prima stesura del 1970 di un testo che non sviluppò mai oltre, riunisce la sua consueta galleria di emarginati e irregolari, mettendoli l’uno contro l’altro – e contro di noi – in una sequenza di battibecchi e monologhi introspettivi nell’arco di una tipica serata in un bar qualunque. Gli sarebbe piaciuto moltissimo questo allestimento brillantemente empatico e immaginifico di Jack Silver, che continua a scalare a velocità meteorica la nostra stima grazie a talenti apparentemente senza limite: Silver prende l’ambiente americano di Williams e lo sposta con destrezza – senza cambiare una sola parola del testo – nella squallida atmosfera da East End in versione balneare, un po’ sgangherata e “prendici come siamo” di Southend-on-Sea.

Il modo di lavorare tipico di Williams, descritto più e più volte da Gore Vidal, era partire da un’idea, rimuginarla in un racconto, poi – se gli andava – trasformarla in un atto unico per vedere come funzionasse sul palco; se lì tutto filava, la espandeva in un dramma a serata intera, sottoponendo l’opera a tutte le stesure necessarie per portare la sua visione artistica alla forma più definita possibile. Questo copione, detto con i vivaci accenti dell’Essex dei locali e con l’RP più “in ordine” o con inflessioni più lontane di persone in fuga da indiscrezioni o problemi altrove, proviene da qualche punto lungo questo nastro trasportatore della creazione letteraria: ben più di una collana di racconti, sono 90 minuti generosi di atto unico che spinge i confini di ciò che può stare dentro l’azione unica; il testo sembra oscillare con cautela tra la forma breve e una situazione che desidera un’espressione più complessa e pienamente articolata.

Abi McLoughlin e Raymond Bethley in Confessional. Foto: Simon Annand

In nessun luogo ciò è più chiaramente illustrato che nel personaggio centrale di Leona Dawson (Lizzie Stanton), che fonde anche la funzione di narratrice e la cui personalità espansiva unifica, con irrequietezza, le narrazioni separate portate nella stanza da ciascuna delle altre presenze che vi si radunano. Lei, più degli altri, ha l’orecchio del pubblico, oltre che di tutti gli interlocutori, ed è lei a far intravedere la possibilità di un filo conduttore, di una “storia”. Eppure, non lo fa. L’allusione a una narrazione drammatica riconoscibile e tradizionale viene spesso evocata e altrettanto spesso – non da ultimo dalla nostra Leona – immediatamente disinnescata.

Questa abitudine di suggerire l’azione e poi spezzarne lo slancio si ritrova anche nel resto dei personaggi: lo chef girovago Bill McCorkle (Gavin Brocker); lo Steve pigro e sensuale, e forse anche pericoloso (Rob Ostlere); la Violet frantumata e semi-folle (Simone Somers-Yeates); il proprietario Monk, di solito taciturno ma sempre osservatore (Raymond Bethley); lo sceneggiatore Quentin, stranamente e fuori luogo troppo “cittadino” (Tim Harker), e il suo nuovo, giovanile oggetto d’interesse Bobby (Jack Archer); la Doc alcolista radiata dall’ordine (Abi McLoughlin); e persino i ruoli minori del buttafuori e del poliziotto Tony (entrambi interpretati da Alex Kiffin). Tutti questi personaggi sono lacerati tra il tentativo di interagire gli uni con gli altri e poi il tuffarsi deliberatamente in monologhi spesso nettamente isolati, un po’ come nel leggermente successivo “Kennedy’s Children”. Nessuno potrà mai accusare Tennessee Williams di non aver cercato di aprire nuove strade.

Rob Ostlere e Simone Somers-Yeates in Confessional. Foto Simon Annand

A poco a poco, si fa strada la consapevolezza che ciò che stiamo vivendo qui, nonostante la messinscena impeccabilmente realistica (splendidamente assemblata da Justin Williams – con l’assistenza di Jonny Rust, e illuminata con perfetta verosimiglianza da Jack Weir – e mi piacerebbe sapere chi si è occupato del suono: c’è anche un juke-box che passa – credo – un bon-bon violinistico di Joshua Bell), è molto lontano dalla realtà. In effetti, Williams sembra costruire qualcosa di affine a ciò che Siodmak fece negli anni Venti con il suo film muto “senza trama”, “People on Sunday” (poi rifatto in versione sonora – ma sempre in bianco e nero – da Fassbinder). I personaggi vengono presentati, parlano, compiono piccoli gesti quotidiani e ordinari (in rapporto, beninteso, alle loro specifiche vite – il mondo della Doc è enormemente diverso da quello della manicure), e poi se ne vanno. E basta. Qualcuno potrebbe trovarlo irritante, ma l’obiettivo non è fare nulla di più. Le persone vanno e vengono, vestite in modo impeccabile da Katy Clark, e con movimenti magnificamente energizzati: si scopre più tardi, quando all’uscita dalla sala ti viene consegnata una copia del programma, che Silver ha deciso di inventare qui un nuovo stile di recitazione, in cui non c’è una regia di movimenti (blocking) o una direzione specifica – tutte le decisioni di quel tipo vengono prese dagli interpreti sul momento. Poiché molte azioni e reazioni dipendono da dove e come il pubblico decide di sedersi o di spostarsi, questo approccio ha un notevole senso pratico. Tuttavia, alcuni interventi sono molto lunghi e complessi, e forse a tratti questo metodo risulta troppo instabile, soprattutto per attori a una fase relativamente iniziale della carriera: è possibile che cambi con qualche replica in più alle spalle. Eppure, c’è sempre un potente senso di pericolo, che permea tutto ciò che vediamo e sentiamo e aggiunge drammaticità in modi tanto inusuali quanto inquietantemente perturbanti. Questo è molto Tennessee Williams.

Simone Somers-Yeates, Raymond Bethlet, Lizzie Stanton e un membro del pubblico. Foto: Simon Annand

Insomma, direi che mi è piaciuto. Se piacerà a te o no, davvero non lo so. Suppongo che quest’anno non vedrai molto altro teatro come questo. Prova a rischiare. Qual è la cosa peggiore che può succedere? Potresti riconoscerti parecchio in queste persone, nei loro conflitti e disaccordi, nei loro amori e speranze e delusioni. Potresti desiderare che Tennessee ci fosse tornato sopra, tirando fuori più senso dai suoi contenuti disparati. Potresti persino preferire uno stile di recitazione diverso, più ordinato e “pulito”. Ma questa compagnia, Tramp, prodotta da Remy Blumenfeld – con l’assistenza di Tommy Rowlands – dopo il debutto a Edimburgo due anni fa con una prima serie di repliche di questo spettacolo, ha deciso di fare qualcosa di diverso, e questo è il loro primo progetto: se questo è il livello a cui sono già arrivati, chissà quanta altra magia ci aspetta!

Fino al 29 ottobre 2016 PRENOTA I BIGLIETTI PER CONFESSIONAL AL SOUTHWARK PLAYHOUSE

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