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NOTIZIE

RECENSIONE: Machinal, American Airlines Theatre ✭✭✭

Pubblicato su

Di

stephencollins

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Machinal della Roundabout Theatre Company. Foto: Joan Marcus Machinal

American Airlines Theatre

18 gennaio 2014

3 stelle

Nel 1928 debuttò a Broadway un testo, Machinal, scritto da Sophie Treadwell, una donna dalla vita straordinaria: giornalista, drammaturga di 40 opere, regista e attivista.

Pur essendo un dramma espressionista teso e serrato, ricco di osservazioni feroci e intuizioni taglienti, non era mai tornato a Broadway fino ad oggi, dove la produzione di Lyndsey Turner per la Roundabout Theatre Company è ora in scena all’American Airlines Theatre.

Turner è una regista di grande inventiva, precisa e minuziosa in ogni aspetto, con una capacità enorme (e spesso quasi incredibilmente solida) di tradurre e concettualizzare il lavoro per il pubblico contemporaneo. Con la scrittura della Treadwell, è un matrimonio felice e assolutamente desiderabile.

Il testo è un attacco senza sconti al modo in cui la società — soprattutto gli uomini, ma anche le donne (sebbene a causa degli uomini) — maltratta e sfrutta le donne. Non c’è da stupirsi, dunque, che il mondo di Broadway, dominato dagli uomini, non abbia avvertito il bisogno di riportarlo in scena. Eppure anche il più incallito dei patriarchi faticherebbe a trovare qualcosa che non vada nella visione di Turner per quest’opera fondamentale della Treadwell che, in una serie di nove scene-fotogramma, ripercorre la vita — o l’assenza di vita — di una giovane donna condannata alla sedia elettrica per omicidio.

La scenografia di Es Devlin è tanto un personaggio della produzione quanto chiunque prenda la parola: un trionfo di design. Un semplice box rettangolare Art Déco che ruota, diventando di volta in volta una metropolitana affollata, una casa coniugale, un ospedale, uno speakeasy squallido, un covo di amanti, un’aula di tribunale e una camera d’esecuzione. Il movimento incessante della scena contribuisce in modo inestimabile alla costruzione della tensione e all’immersione nel mondo maschile e claustrofobico che la giovane donna è costretta ad attraversare.

Jane Cox illumina la scena alla perfezione, fissando un tono di depressione (d’epoca e d’animo). Particolarmente intelligente è l’uso di una sottile lama di luce orizzontale a pieno palcoscenico che sottolinea l’esistenza intrappolata della giovane donna — anzi, l’insieme della scena evoca spesso la sensazione di una bara, una bara nella quale la giovane donna è rinchiusa e può guardare fuori soltanto attraverso quella fessura di luce.

Regia e scenografia si intrecciano con la parola per creare un potente arazzo di disperazione evocativa e orrore crescente. Con un’unica eccezione, il cast è assolutamente sublime: gli attori lavorano insieme con apparente naturalezza per dare vita alla concezione specifica, talvolta stilizzata, con cui Turner rende il mondo della Treadwell dal punto di vista della giovane donna.

Michael Cumpsty è magnificamente offensivo nel ruolo dell’orrido uomo d’affari di successo che sposa la giovane donna e poi muore per mano sua. La sua capacità di risultare inquietante e irritante è magistrale. Se avesse continuato a parlare, l’avrei ucciso io. Morgan Spector è eccellente nel ruolo del seduttore indolente che irretisce la giovane donna e le suggerisce l’idea dell’omicidio, non perché voglia aiutarla ma perché si compiace di sé. Spector incarna alla perfezione lo spettro del lupo scaltro che direbbe qualsiasi cosa pur di avere la gallina.

C’è una scena deliziosa in uno speakeasy in cui il viscido uomo d’affari infedele di Damian Baldet presenta la giovane donna a Spector, mentre ai lati si svolgono due quadretti: nel primo, un anziano gay predatorio (Arnie Burton, perfetto) usa belle parole, la promessa di denaro e alcol costoso per sedurre un ragazzo giovane e avvenente, chiaramente in condizioni disperate (Ryan Dinning, davvero convincente); nel secondo, un uomo di strada (Dion Graham, di prim’ordine) convince una donna (Karen Walsh, centrata) a ricorrere a un aborto illegale. Così come lo presentano Treadwell e Turner, il pubblico è portato ad accettare i due quadretti come “appropriati”, in netto contrasto con il comportamento della giovane donna con Spector. È un lavoro magistrale.

Suzanne Bertish è splendida nel ruolo della madre della giovane donna e, in una scena piuttosto breve, stabilisce senza ombra di dubbio il trauma che la giovane donna ha subito per tutta la vita, mentre la Madre si sforza di garantire che gli uomini del mondo siano felici.

Tutti nell’ensemble fanno davvero un lavoro di prim’ordine: nessuna stonatura, nessuna battuta mancata, nessuna incrinatura del senso del periodo.

Non sorprende, però, che, nonostante tutto ciò che Turner, la sua squadra e l’ensemble abbiano ottenuto, il testo della Treadwell non possa funzionare se la giovane donna non è interpretata da un’attrice straordinaria. È un compito arduo: la giovane donna è frantumata e spezzata all’inizio, trova una possibilità di coesione e felicità e poi perde tutto, fino a essere folgorata in scena.

Pur essendo quasi una pagina bianca, un’attrice di vera abilità e sottigliezza potrebbe trasformarlo in un ruolo irripetibile. È il tipo di parte che potrebbero interpretare Cate Blanchett, Lily Rabe, Rachel Weiss, Carey Mulligan, Tamsin Carroll o Cush Jumbo. Richiede virtuosismo, un autentico controllo della duttilità vocale, leggerezza scintillante, dolore e passione profondamente sentiti, calcolo innocente e un’abilità tecnica assidua e implacabile.

Quello che non serve è una persona incapace di lasciare un’impronta su vernice fresca; una persona per cui la monotonia è una seconda natura; una persona con una voce che ti perfora la coscienza come una zanzara farebbe con un inaccessibile fondo schiena; una persona con il carisma e l’appeal scenico di un sausage roll freddo in Antartide — eppure, nella sopravvalutatissima Rebecca Hall, è proprio questa la carta che tocca a Turner e alla sua squadra.

È un errore tanto fondamentale quanto, per dire, affidare ad Alan Cumming (per quanto sia un bravo interprete) il ruolo di Joanne in una ripresa di Company di Sondheim. È aberrante, quasi inconcepibile. Eppure eccola lì, palesemente fuori dalla propria profondità nel ruolo della giovane donna, l’eroina della Treadwell. Il suo urlo finale di dolore mentre la corrente le toglieva la vita dovrebbe essere raggelante e mozzafiato, e risuonare con forza come la prova di una vita spezzata dalla durezza degli uomini, della società e dalle loro pressioni combinate; invece sembrava si fosse punta il pollice cucendo.

Neppure il pubblico si è lasciato ingannare: gli applausi tiepidi sono stati una condanna senza appello della presunta “star”. E i figuranti della produzione che gridavano “Brava” non hanno sortito alcun effetto; la sala gremita non si è alzata in piedi né ha mantenuto l’applauso per un secondo richiamo.

È un vero peccato, perché la visione di Turner del notevole testo della Treadwell è davvero qualcosa di speciale.

Purtroppo, Rebecca Hall no.

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